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sabato 2 aprile 2016

RIFLESSIONI SULL’ETERNO E IL DIVENIRE




Noi uomini, così come avviene per ogni essere vivente, abbiamo una visione della realtà condizionata dai nostri limiti conoscitivi. E di essa, in assenza della capacità di andare oltre le apparenze, ci facciamo un’idea rigida e falsa. Vediamo la realtà in un certo modo e pensiamo che questa sia proprio così come ci appare.

Certo, non siamo proprio ingenui, sappiamo in molti che una mosca vedrebbe il luogo dove ci troviamo in questo momento in un modo completamente diverso. Questo accade perché i suoi canali percettivi (i sensi fisici) sono, di molto, diversi da quelli umani.

Con uno slancio di ulteriore agile rigidità, affermiamo però che se è vero che i nostri sensi ci limitano nel modo di comprendere la rappresentazione della realtà, c’è qualcosa che si presenta immutabile, ossia: tutto ciò che osserviamo di fronte a noi scorre continuamente e noi siamo immersi in una “freccia del tempo” inarrestabile.

Affermiamo, dunque: “Il tempo esiste, è reale ed è proprio come lo viviamo”. C’è un passato, un presente e un futuro che avverrà.

È vero, anche in questo caso, sappiamo benissimo che il tempo (e lo spazio) è relativo sul piano della fisica, che subisce delle modificazioni se siamo in movimento alla velocità della luce o ci troviamo seduti su un pianeta di densità elevatissima. E, figuriamoci, se ci trovassimo in viaggio sul confine di un buco nero.

Bene, il tempo è relativo, ma c’è. Si può tornare, sempre sul piano della fisica, anche in dietro nel tempo. Esso non è proprio rigido come pensavamo prima, ma esiste con certezza. Tutto si muove, è impermanente, diviene incessantemente.

C’è anche un tempo psicologico. Un grande conoscitore del tempo e dell’uomo è stato ad esempio Shakespeare. Il quale evidenzia emblematicamente le sue conoscenze in materia nella commedia “Come vi pare”. A parlare sono Orlando e Rosalind.

Ros. … Il tempo cammina con passo diverso, a seconda delle diverse persone. Io posso dirvi con chi il tempo va a passo d’ambio, con chi trotta, con chi galoppa e con chi sta fermo.
Orl. Con chi trotta, di grazia?
Ros. Diamine! Va di trotto rotto con una ragazza, fra il suo fidanzamento e il giorno in cui il matrimonio è celebrato. Ci sia pure l’intervallo di sette giorni soltanto, il passo del tempo è così rotto che sembra una distanza di sette anni.
Orl. E con chi va il tempo a passo d’ambio?
Ros. Con un prete che non sa il latino e con un uomo ricco che non ha la gotta. L’uno infatti dorme facilmente perché non può studiare e l’altro vive allegramente perché non sente alcun dolore: l’uno perché non ha il fardello di una scienza magra e logorante, l’altro perché non conosce quello di una pesante e molesta miseria. Con costoro il tempo  va a passo d’ambio.
Orl. E con chi galoppa?
Ros. Con un ladro che va alla forca; perché quantunque egli cammini il più lentamente possibile, pensa sempre di arrivare troppo presto.
Orl. E con chi sta fermo?
Ros. Con gli uomini di legge quando sono in ferie, perché essi dormono fra una sessione e l’altra, e non s’accorgono che il tempo si muove.

Possiamo costatare, dunque, la realtà del tempo; abbiamo una vivida percezione del suo scorrere incessante; e su questa esperienza fissiamo le nostre certezze.

Dove si vuole arrivare con questa riflessione? Vogliamo forse sostenere che il tempo non esiste ed è una pura illusione?

Di certo non è questa l’intenzione di questo breve scritto.

Il tempo esiste, anche nella sua forma relativa ed elastica, e insieme allo spazio circoscrive la struttura della realtà in cui viviamo in quanto individui.

Qual è allora il punto? Cosa vogliamo sostenere? Cos’è, quindi, l’eternità in rapporto alla realtà spazio-temporale?

L’uomo, ripetiamolo, schiacciato nei suoi limiti conoscitivi, spesso ritiene che sia vero solo ciò che egli con i suoi strumenti riesce a comprendere.

Anche sul piano logico i parametri di comprensione umani non riescono a cogliere concetti di realtà distanti dai loro confini. Con ciò sottolineiamo che i limiti interpretativi dell’uomo non sono solo percettivi e psicologici, ma anche logico-formali, che riguardano cioè la razionalità. Questo è il motivo per cui la Tradizione iniziatica mette in guardia il ricercatore dal pensare che la mente possa portarlo sino alla realizzazione finale, al risveglio, all’illuminazione. La mente è senza dubbio un valido aiuto iniziale che deve lasciare il posto a strumenti conoscitivi superiori. Il primo fra questi è, ad esempio, l’intuizione, (il puro intelletto). E quest’ultima è uno strumento molto più raffinato e veloce del pensiero, il quale è l’espressione della mente.

Intuire, nei termini tradizionali, significa comprendere l’oggetto della nostra attenzione all’istante, senza la necessità di pensarlo.

Dopo questo prologo, possiamo comprendere perché, quando ci confrontiamo con il concetto di “eternità”, in piena identificazione con la nostra mente, afferriamo questa come un qualcosa di estremamente distante dal momento che stiamo vivendo. Pensiamo l’eternità come un momento-evento lontano all’infinito nel tempo, perciò irraggiungibile per un essere temporale com’è l’uomo.

Questo nasce dall’ignorare quale sia la nostra vera identità e la struttura in generale della realtà.

Dal punto di vista della conoscenza metafisica, suprema conoscenza dell’Essere, è reale solo ciò che è permanente, immutabile, eterno e si trova in ogni luogo. Da ciò comprendiamo come l’eternità sia il fondamento di qualsiasi espressione temporale che si sovrappone ad essa.

In noi sono presenti tutti i livelli di realtà. C’è lo spazio, il tempo e l’eternità; e la nostra identità reale è la pura coscienza disidentificata da qualsiasi veicolo. Con il termine veicolo descriviamo i vari corpi coi quali noi coscienza ci identifichiamo. Il più grossolano e ben visibile-percepibile è il corpo fisico. Poi viene il corpo energetico e quello mentale. Ce ne sono altri che non prenderemo in questa sede in considerazione. Basti ora comprendere che ogni veicolo, detto anche corpo, è qualcosa che utilizziamo. E il soggetto del verbo utilizzare siamo noi coscienza.

Il tempo, il divenire, è il modo in cui la mente comprende il mondo.

La coscienza è purezza informale. La nostra vera identità è, quindi, assenza di forma e di movimento. Nella coscienza non c’è il tempo, si vive un presente infinito. La coscienza, ciò che siamo realmente, è pura eternità.

Per quale motivo, quindi, viviamo schiacciati nella dimensione temporale, con tutto ciò che consegue?

Questo accade perché noi coscienza, nella nostra infinita possibilità espressiva, in questo momento ci siamo identificati con veicoli formali limitati. Ci troviamo identificati, ad esempio, con un corpo fisico. Non lo utilizziamo semplicemente, ma ci siamo talmente fusi in esso che pensiamo di essere proprio quel corpo. E in questo processo di caduta, in realtà molto più articolato di come lo stiamo qui descrivendo, abbiamo perso la coscienza della nostra vera natura eterna.

Ciò comporta l’assumere i limiti del corpo con cui ci siamo identificati.

Il processo di risveglio, espresso nella formula alchemica solve et coagula, richiede la disidentificazione (solve) da tutti i corpi formali per ritornare al fondamento (coagula) della nostra identità.

L’eternità non è quindi qualcosa di distante, ma è la dimensione più intima di ogni essere.

L’assenza di pensiero, il silenzio degli iniziati, ci mette nella possibilità di ritornare in quello stato naturale di assenza di tempo, comprendendo per consapevolezza diretta lo stato dell’eternità.

Dal luogo dove tutto permane, in cui termina l’illusione del divenire, possiamo osservare la realtà spazio-temporale in piena consapevolezza, sapendo di non essere ciò che inizia e un giorno finirà.

S.G.M. dell’Ordine

Arjuna


sabato 26 marzo 2016

IL MISTERO DELLA MIA PASQUA



In questo santo sabato di silenzio, vi proponiamo un brano tratto dal libro "Il mistero della mia Pasqua". L'autrice è una mistica anonima, la quale riporta gli insegnamenti ricevuti dal Cristo nei momenti di confidenza spirituale con Esso.

Non importa se crediate o meno alla realtà di tale contatto spirituale tra Gesù e la mistica, che mantiene la sua riservatezza nell'anonimato. Riteniamo, tuttavia, che in questo brano sia sottolineata dal Risorto l'importanza suprema del Silenzio nel progetto realizzativo della "salvezza".

Questa spiegazione delle Scritture, che si mostra nella sua audace novità, è di certo degna di attenzione per coloro che sono in cammino verso la realizzazione della conoscenza in sé, in quanto essa mostra, nelle vicende della resurrezione, la forza operativa del silenzio, come momento supremo della "comprensione".

S.G.M. Arjuna

AMA IL SILENZIO DELLA TOMBA

Leggi Luca 23,55-56 ed è l'ultimo brano della passione che ti propongo, poi seguiranno gli incontri dopo la mia risurrezione:

"Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e olii profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento".

In questo giorno apparentemente non succede nulla. I discepoli mi hanno seppellito in fretta, riservandosi di farlo con più cura dopo la festa. E la salvezza prosegue la sua opera. Perché il Padre mio non cessa di amare il mondo, e per mezzo della mia morte gli uccisori stanno per entrare nell'eredità.

La mia discesa agli inferi, che la mia Chiesa proclama come uno dei dati importanti della sua fede, manifesta il mio invio in missione verso tutti quelli che già riposano, per annunziare loro che riposano in me, e che in me e con me possono risorgere. Devi comprendere come la missione è, per la maggior parte del suo tempo, silenziosa, perché non è un'intrusione brutale mia nella vita degli uomini, ma un lento germinare.

Occorre parecchio tempo a un cuore umano per accettare l'amore del Padre mio e lasciarsi abitare da lui. Non calcolare mai i frutti di quello che fai, non misurare troppo presto i successi, né lasciarti prendere dalla desolazione per le apparenti disfatte. Accetta, qualche volta, il silenzio del Padre. Anche io l'ho accettato sulla croce e nel mistero della mia morte. Il tempo della tua preghiera silenziosa sia un tempo privilegiato in cui ti rendi disponibile affinché il Padre agisca in te nel modo che gli sembra migliore.

Impara a vivere la tua Eucaristia come un mistero di silenzio. Ogni celebrazione è, certamente, ricca del mistero della mia Parola, di tutta la Scrittura che viene letta e deve essere il pane della tua fede. Ma poi viene il tempo del silenzio; raccogliti alla mia dolce presenza, liberati dai pensieri inutili; stai lì, felice di portarmi dentro di te, perché a poco a poco io ti faccia rassomigliare sempre più a me e ti unisca alla mia Pasqua.

Ama il silenzio della tomba, sapendo quanto è portatore di vita!

domenica 20 marzo 2016

RIFLESSIONI BREVI SULL’UOMO CHE VOLLE FARSI DIO

Con questo strano titolo, intendo affrontare un tema scottante che ha messo in seria difficoltà, nella storia del cristianesimo, grandi mistici medievali come Meister Eckhart o San Giovanni della Croce oppure, nel novecento, il monaco benedettino Henri Le Saux, che è stato il protagonista di una delle vicende spirituali più interessanti del novecento: l’unione mistica col divino letta dalla metafisica Indiana del Vedanta Advaita in termini di Non-dualità, che egli ha ricompreso in chiave cristologica e trinitaria.

Il punto è questo: la Via Metafisica, Insegnamento a cui si riferisce questo Sovrano Ordine, afferma che esiste un’unica Coscienza, e Questa è l’Assoluto Essere. Il mondo dei nomi e delle forme, cioè l’intera Creazione, detta anche “la Manifestazione Universale”, è una realtà spazio-temporale. La Manifestazione, avendo un inizio e una fine, ed essendo in un continuo movimento che la mantiene in uno stato di impermanenza, non può essere considerata reale. Perché, dal punto di vista della Realtà ultima, è reale solo ciò che è sempre presente, è in ogni luogo e non subisce alcun cambiamento.

Ora, prendendo le distanze da ingenui antropomorfismi, Dio, il Padre, è l’Assoluto Essere. Esso è quello stato coscienziale di assoluta ed eterna totalità: è tutto, è il fondamento di ogni cosa che appare nella creazione. Possiamo aggiungere che Dio è da sempre, c’era prima della creazione e sarà presente dopo che essa non ci sarà più. Egli è, appunto, l’Eterno.

La Conoscenza Metafisica porta a realizzare proprio quell’Assoluto Essere, perché Esso è la realtà di ogni cosa, quindi, anche dell’essere umano.
Qui sorge il problema, che suscita da sempre, nel mondo cristiano, l’ira e la soluzione della persecuzione verso questa particolare eresia.

Cosa significa che l’uomo può, al termine del processo iniziatico della Via Metafisica, riconoscersi come Assoluto Essere?

Per comprendere tale affermazione, è necessario spostare e invertire il nostro quesito, ovvero: “Come può Dio, il Padre, l’Assoluto, non essere qualsiasi cosa?

Il contrario sarebbe una contraddizione in termini.

L’uomo, quindi, è in realtà quell’Assoluto Essere, che momentaneamente ha perso la coscienza di Sé. L’identificazione col divino, in quanto nostra reale Identità, da ciò può avvenire a patto che l’Essere che è in noi, che è noi, si disidentifichi dalla forma individuale. È questione di consapevolezza. Non si deve costruire nulla che non sia già presente, anche se non visibile ad occhi che non sono, al momento, in grado di “Vedere”.

Ma, il Cristo? Come spiegare la sua figura in termini metafisici?

Esso è quell’Immensa Intelligenza cosmica che chiamiamo Dio Creatore, cioè il Padre Assoluto nella sua funzione di Principio Primo della Manifestazione. Il Principio ha incarnato un uomo, un corpo, proprio quel corpo apparso nella “forma” 2000 anni fa, e in Esso ha operato, e opera ancora, nell’espressione della Sua responsabilità verso l’umanità.

Non possiamo tralasciare, sempre in termini metafisici, il Santo Spirito. Esso è ancora una volta il Padre nella funzione manifesta. Esso, il Santo Spirito, è l’Assoluto che sostanzia l’intera creazione. Non c’è cellula dell’universo che non sia fondata sullo Spirito, ed Esso è il Padre e nello stesso tempo il Figlio. Essi sono una cosa sola.

Le forme, nell’espressione metafisica Non-duale, sono un’apparenza filtrata da prospettive visive particolari e limitate. L’uomo stesso, in quanto frutto di identificazione dell’Assoluto in una forma particolare, vede tutto attraverso gli occhi dell’ignoranza; ignoranza verso la sua Identità reale, che non può non essere ciò che è in ogni cosa, che è tutto ciò che esiste.

L’uomo quindi non potrà mai farsi Dio; ma Dio non può non essere il Tutto che da sempre è.

Alcune citazioni:

“Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro credetelo per le opere stesse».”

Giovanni 14,8


“Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi… In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi”.

Giovanni 14,15


Pace, Gioia e Consapevolezza assolute a tutti gli esseri.


Il S.G.M. dell’Ordine

Arjuna



venerdì 18 marzo 2016

RIFLESSIONI BREVI SUL SIGNIFICATO DI "ILLUMINAZIONE"


"Illuminazione", o "risveglio", è un termine ormai assai noto, di solito, legato alle discipline spirituali dell'Oriente; anche se l'Occidente non è mai stato orfano di tali insegnamenti.

In realtà, il significato cui esso rimanda ha ben poco a che vedere con l'Oriente o l'Occidente; ma riguarda esclusivamente le possibilità dell'uomo di realizzare, ("realizzazione" è un altro sinonimo utilizzato al pari di "illuminazione" o "risveglio"), le sue possibilità potenziali nascoste, ma da sempre presenti.

Personalmente, preferisco il termine "risveglio", perché, a mio parere, rappresenta al meglio l'esperienza che descrive sul piano della metafora.

Tutti noi, fino a prova contraria, ci svegliamo ogni giorno. Nel momento in cui questo accade, ci rendiamo conto, con certezza, che ci siamo portati su un livello coscienziale diverso: quello dello stato di veglia. Fuori dalla metafora quindi il "risveglio", nei termini della spiritualità, significa: rendersi conto di uno stato esistenziale più espanso, limpido, che sempre, se è un vero risveglio, aumenta la nostra indipendenza e ci fa vedere le cose da un punto di vista chiaro e senza preoccupazione. Una condizione di espansione della nostra consapevolezza/coscienza, a qualsiasi livello essa si ponga, ci permette di occuparci di più e con più efficacia della nostra vita anziché pre-occuparci di essa.

Nel cammino verso la "liberazione", (ulteriore sinonimo), avvengono tanti parziali risvegli. E ogni volta che ciò accade comprendiamo di essere qualcosa di più ampio di quello che pensavamo fino ad un momento precedente.

Secondo l'insegnamento cui ci rivolgiamo, poniamo dei confini/limiti alle possibilità di risvegliarci a piani di consapevolezza sempre maggiori.

Il livello "finale" di tale possibilità è quello aperto dalla Conoscenza Metafisica, che descrive lo stato Non - duale dell'Essere. Essa ci parla dell'Assoluto, e ci dice che tutti siamo  "Quello", quell'Unica Coscienza.

Per risveglio, in questo Sovrano Ordine, intendiamo realizzare-comprendere ciò che da sempre siamo: l'Essere Assoluto ed Eterno; e tale stato è l'unico irreversibile, quando realmente realizzato. Da questo finale risveglio non si torna più indietro.

L'esperienza della liberazione finale è descritta emblematicamente dalla filosofia del Vedanta Advaita indiano come Sat, Cit, Ananda, ossia, Essere, Coscienza e Beatitudine in assoluto. Il Supremo mantra Advaita recita, invece, "Tat Tvam Asi": Tu Sei Quello.

Il S.G.M. dell'Ordine
Arjuna


giovedì 17 marzo 2016

RIFLESSIONI BREVI SULLA CONSAPEVOLEZZA


Molte volte si sente parlare della consapevolezza. E questa è sempre chiamata in causa come elisir per una vita saggia e gioiosa.

Allo stesso tempo, molte persone, pur intuendo che la consapevolezza è lo stato necessario per realizzare una vita felice, non sanno cosa sia e come possa essere sviluppata.

Qual è il significato di essere consapevole? E, soprattutto, come esserlo?

"Consapevolezza" significa essere presenti e osservare l'intero nostro flusso coscienziale. Ed esso è composto di percezioni fisiche, immagini, pensieri, emozioni e quelli che chiamiamo "processi mentali", ossia la mente che giudica, analizza e produce rappresentazioni fondate sul pensiero. Possiamo dire che la nostra individualità, l'io, è questo flusso continuo, che passa di solito inosservato.

Essere consapevoli significa, quindi, osservare questo "flusso", senza identificarsi con esso.

Tale operazione comporta il riconoscere che la nostra vera identità non è ciò che osserviamo, ma l'osservatore stesso.

Noi siamo, in verità, questa coscienza osservante. Essa è pura presenza, non è ostacolata da nulla e vive in uno stato di gioia "senza causa".

Questo è ciò che tramanda la Tradizione universale, attraverso i suoi insegnamenti.

La massima estensione di questa Conoscenza suprema, la Metafisica, espressione della cosiddetta Non - dualità, che porta in eterno all'emancipazione dalla sofferenza e dalla necessità, aggiunge un'affermazione indispensabile alla realizzazione dell'assoluta libertà. Essa afferma che "tutto ciò che è osservato, in quanto osservato, non è reale".

Tale asserzione non significa che l'osservato, (il flusso della nostra individualità e, in vero, l'intera realtà, giacché osservabile), non esista in un momento contingente della storia. Ciò vuol dire che, dal punto di vista della Conoscenza, portata alla sua espressione finale, tutto ciò che ha un inizio e una fine non è considerato reale. Ciò che è impermanente, quindi, è una realtà relativa, spazio-temporale.

Questa è l'affermazione ultima: 
"E' reale solo ciò che è sempre presente, permanente e verificabile in ogni momento", da ciascuno in sé. È la descrizione della nostra reale Identità di pura consapevolezza. Ciò significa che quell'osservatore che evochiamo in noi nei primi momenti di sviluppo della consapevolezza all'interno della nostra individualità, quando espanso fuori da ogni possibile forma, diviene l'Assoluto Essere.

Tale è la "Grande Opera", questi sono i "Grandi Misteri", e tutto ciò è la semplice e naturale nostra Identità.

S.G.M. dell'Ordine
Arjuna


giovedì 28 gennaio 2016

Il Codice dei Cavalieri Eidon


                                              

“Cavaliere, ascolta!”

- L’investitura che ricevi in quest’Ordine richiede coraggio, ardore e discriminazione. Perseverando nel lavoro svilupperai, silenzioso, i frutti del loro motivo.

- Nei tempi oscuri di questa generazione, l’Ordine ti potrebbe convocare per difendere la luce della consapevolezza nell’umanità; ma, ricorda! Qualsiasi azione che sarai chiamato a compiere, anche la più giusta, è pura illusione.

- Il tuo vero compito è realizzare l’Io sono. Tutto il resto è vanità.

- Per realizzare il tuo dovere, sono necessarie molte qualificazioni; ma le più importanti sono due e queste hanno la potenza di sviluppare tutte le altre in egual misura. Il tuo “cavallo” è la forza dell’ardente desiderio di liberazione, la tua “spada” la capacità di discriminare tra reale e non reale. Evoca in te queste due fondamentali qualificazioni, tutto il resto ti sarà dato.

- Il Cavaliere Eidon, in realtà, combatte la propria ignoranza e l’illusione del mondo senza alcun sostegno. Egli salta nell’abisso dell’Essere rinunciando alle forme e, nel silenzio…, riconosce la sua reale Identità. Questo richiede il più grande coraggio! Pochi sono gli uomini che manterranno “ferma” la mano sulla propria spada.

- Cavaliere! Perché continui a coltivare le conoscenze esoteriche dei fenomeni? Non hai compreso che tutto è illusione!? Taci, sii silenzioso, ferma ogni movimento nella tua Coscienza; tutto il resto è divenire, apparenza, semplice allucinazione.

- Qualsiasi “esperienza” tu possa fare nella via spirituale è divenire, evoluzione; ma “andando non si arriva mai”. Non cercare, già sei ciò che pensi di dover diventare. Fermati e sarai!

- Ogni volta che intraprendi un’azione, anche la più elevata, chiediti: “Perché lo faccio?”. Sii autentico in questa riflessione e, vedrai, la risposta sarà sempre: “Per mera gratificazione”. Se sarai chiamato ad agire fallo per la Gloria di Dio, non per te. Il distacco dai frutti dell’azione è essenziale nella Via. Se così agirai, forte nella Conoscenza e nel silenzio, diverrai l’Eterno.

- Nel sentiero che ti porta all’Essere, non respingere gli oggetti della tua brama. Cerca la causa del desiderare e, con pazienza, amorevolezza e discriminazione adoperati nel rettificare. Troverai la divina beatitudine, in totale assenza di desiderio. Comprendi, Cavaliere! Perché desiderare significa soffrire.

- Utilizza l’intero universo; ma non ti attaccare a nulla. Qualsiasi oggetto tu potrai ottenere nel mondo delle forme sarà conquistato per poi essere perduto.

- Quando ti troverai immerso nella selva dell’illusione, attaccato dai “guardiani” e preda dell’inganno, nei momenti in cui non vedrai più la Via che porta alla Verità, non temere. Resta quieto… Ti sveliamo la regola per ritrovare il sentiero: tutto ciò che è percepito, che è visto, in quanto percepito e visto, “non è”, rappresenta “il secondo”. La Realtà è totale assenza di manifestazione. E questa è la tua reale Identità.

- La Non Dualità è il livello ultimo della Conoscenza. Ma, ricorda! Senza umiltà, la Sapienza è superbia. Ciò che apprenderai in questo Ordine ti porterà alla semplice conoscenza di ciò che già sei; ma tutto ciò deve essere colto con semplicità e naturalezza.

- Per quanto, nel mondo, nella realtà relativa e impermanente osserviamo le differenze tra gli uomini, sul piano dell’Essere siamo Unità Coscienziale. Tieni, quindi, sempre a mente questa regola: “Nessuno ti è superiore e tu non sei superiore a nessuno”.

- Cavaliere! Pur riconoscendo l’affermazione “en to pan”, “tutto è uno”, l’Ordine rappresenta la gerarchia nel mondo dell’apparenza; perché riconosce l’esigenza di attenersi ai doveri del proprio stato per acquisire i mezzi preliminari necessari all’ascesi. Se intuisci questo: Taci! Obbedisci! Comprendi!

- Il Cavaliere non si contrappone a nulla. Se fosse chiamato a combattere, lo farebbe senza alcuna identificazione.

- Non cercare di convincere nessuno della tua Verità, tienila nel silenzio del tuo cuore e mostra i suoi frutti nella tua vita. Rammenta sempre la legge universale: “Chiedi e ti sarà dato”.

- Gesù affermava: “Ama il prossimo tuo (come) perché è te stesso”. Oppure: “Tutte le cose, dunque, che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle a loro”. Con le parole attribuite a Confucio, possiamo indicarti un’ulteriore conferma di questa regola, nei termini della negazione: “Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo agli altri”. E, ancora, Gesù: “Amate i vostri nemici”. Comprendi anche questo insegnamento: “Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me”. Con alcune frasi emblematiche quest’Ordine ti indica la necessità di portare alla dissoluzione ogni dualità nella tua vita affinché tu possa tornare al Padre tuo, all’assoluto Essere; perché: “Tat Tvam Asi”, “Tu sei Quello”.




 “Possa a tutti arridere la vittoria sulla grande illusione”

                                                                  
                                                               Raphael

sabato 23 gennaio 2016

Di là dalla Fede, oltre il Dubbio






Per chi intenda affrontare un percorso spirituale diretto alla soluzione finale della sofferenza è necessario riflettere su due termini fondamentali: la fede e il dubbio.

Il primo livello di significato che è evocato da queste due parole, all’istante, ci porta verso i temi legati alla religione e a ciò che, senza sosta, hanno cavalcato gli scettici nella loro controffensiva verso di essa. In questo senso, se la fede è stata lo strumento della rivelazione religiosa, il dubbio scettico ha proposto una visione relativa e castrante, che non ha permesso alla mente di elevarsi oltre i limiti che essa stessa generava.

Questo scritto non intende contrapporsi alla religione e allo scetticismo, perché non è di nostro interesse la contrapposizione in sé, rispettando ogni espressione umana, a patto che non contribuisca alla sofferenza dell’altro. (per quanto riguarda la sofferenza autoprodotta, riportiamo l’affermazione di un grande Maestro dei nostri tempi, il quale, per evidenziare la potenza della libertà fondamentale in ognuno, afferma: “Ogni individuo ha il diritto di soffrire” - Raphael).

Qualsiasi espressione umana positiva è la giusta produzione, in un dato momento, di una particolare coscienza. Il nostro specifico interesse è, quindi, rivolto al significato dei due termini nella coerenza dei progetti di ciascuno.

Questo comporta, sempre, un raffinato lavoro alchemico sul linguaggio, che già in sé porta il seme della comprensione.

Non possiamo non partire, in questa piccola opera di svelamento consapevole del nostro linguaggio, da quello che comunemente percepiamo come significato di fede e dubbio.

La fede, nel senso della religione occidentale, come avviene ad esempio nel cattolicesimo, legata ad un’accettazione incondizionata dei dogmi ri-velati, annulla ogni possibilità di verifica dell’insegnamento e, proprio per questa necessaria osservanza, necessita di un intermediario che la presenti nella sua intoccabile e non verificabile verità. L’intermediario stesso, il sacerdote, vivendo nella “condizione umana”, è qualificato alla conduzione del rito e alla trasmissione della ri-velazione, ma, non può personalmente verificare l’attendibilità del dogma né, tantomeno, riflettere sulla possibile relatività dello stesso. Con il termine “relatività”, vogliamo sottolineare come i dogmi si mostrino spesso come l’espressione di una cultura particolare e, proprio per questo, limitati dal tempo e dallo spazio.

Pur riconoscendo la religione come un insostituibile mezzo di accesso al sacro, dobbiamo osservare che essa non sia adatta a tutte le coscienze anche se, tuttavia, è funzionale a chi non abbia le qualificazioni, in atto, per assumere in sé la Verità dell’Insegnamento.

Riportiamo, per chiarezza, due punti del significato di fede, così come espressi nel vocabolario della lingua italiana “Il Nuovo Zingarelli”, con riferimento alla tematica religiosa: “Adesione incondizionata a un fatto, a un’idea determinata da motivi non giustificabili per intero dalla ragione”, “Adesione dell’anima e della mente ad una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile con la ragione / Complesso delle credenze che, in una religione, sono accettate come rivelate e non discutibili”.

Siamo perplessi, in realtà, su un punto: “… una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile dalla ragione”.

Non sembra, in piena coscienza, che ci sia qualche affermazione della religione, quando fa riferimento al dogma, che sia dimostrabile con la ragione; quindi, quel “non sempre” dovrebbe essere espresso con un “mai”. A patto che non si voglia considerare una dimostrazione razionale lo storico: “credo quia absurdum”. In altre parole, credo proprio perché la rivelazione è talmente assurda che non può essere dimostrata dalla ragione umana.

In termini più accettabili potremmo dire, ora, che la rivelazione non è confinabile nei limiti logico-formali della mente, ma va compresa con le facoltà dello Spirito. Questo punto finale è proprio ciò che in ultima analisi ci interessa; ma notiamo come il livello conoscitivo della religione, nel modo in cui solitamente è trasmessa e appresa, non permetta la vera apertura della conoscenza spirituale nell’individuo. L’uomo rimane un fedele necessitante della mediazione, del pontefice o di chi da lui è autorizzato a spiegare Dio.

Occupiamoci ora del significato consueto del termine “dubbio”.

Sempre nello stesso vocabolario, esso è presentato così: “Sospensione definitiva del giudizio dettata dalla convinzione di non poter mai giungere a una certezza”.

È chiaro che, mantenendo questi significati particolari di fede e dubbio (scettico), non sarà possibile affrontare una ricerca spirituale che porti il ricercatore alla soluzione definitiva della sofferenza e dello stato di necessità in cui si trova.

La presente riflessione è rivolta a chi si ponga, come noi, nella prospettiva del risveglio alla nostra natura Non Duale. E, per Non Duale, si intende la Coscienza unica ed eterna dell’Assoluto Essere, che è riconosciuta, nell’insegnamento metafisico, come la nostra reale identità. Tuttavia, queste riflessioni sui due termini di fede e dubbio sono utili per qualsiasi livello della ricerca iniziatica. Da tale meditazione, la fede e il dubbio si affermeranno come due strumenti operativi fondamentali nel cammino della consapevolezza.

La soluzione della dicotomia tra fede e dubbio sta nel comprendere questi due termini in un significato che li avvicina, fino quasi a farli coincidere.

Ciò può avvenire, assegnando ad essi questi significati trasmutati:

Fede = Fiducia verso un Insegnamento che afferma una (la) Verità, le conoscenze e i processi realizzativi, che potenzialmente sono verificabili da tutti in ogni momento e in ogni luogo.

Dubbio = impossibilità di accettare una verità ri-velata (velata di nuovo) che non presenti la prassi operativa per essere verificata e realizzata, nel momento presente, da ciascuno in sé.

In questo significato, il dubbio non è più il “dubbio scettico”, ma coincide col “dubbio metodico” di sospensione del giudizio che apre porte più espanse di comprensione. Il dubbio metodico ci porta verso la sperimentazione/comprensione di ciò che non è familiare, noto, già compreso. E questa è la condizione necessaria per avanzare nella conoscenza, oltre i limiti delle nostre convinzioni.

Possiamo rintracciare questo significato di dubbio anche nel senso iniziatico, molto poco compreso dai fratelli stessi, cui si riferisce la massoneria.  I liberi muratori, uno dei termini per definire il massone, si aggettivano anche “uomini del dubbio”. Essi affrontano la ricerca del “nosce te ipsum”, il “conosci te stesso” socratico, in assenza dei dogmi e in piena libertà di ricerca, per mezzo della “Scienza Sacra”. Questa è l’Insegnamento universale espresso dalle tradizioni in molti linguaggi, che porta, attraverso la personale verifica, a Comprendere/Essere.

Per quale motivo è necessario conoscere il significato profondo, iniziatico, di fede e dubbio?

Molte volte abbiamo incontrato compagni di ricerca spirituale, devoti della consapevolezza, che diventano insofferenti, fino a rinunciare in alcuni casi al percorso stesso, quando s’iniziano ad affrontare i livelli coscienziali che vanno oltre il corpo e la mente. Essi, pur necessitati a cercare risposte, si considerano liberi dai dogmi, ma si scoprono, in seguito, irretiti nello scetticismo che li schiaccia in una forma castrante di materialismo/ateismo “spirituale” senza possibilità. In realtà, non ci sarebbe alcun problema in merito. Il solo limite è di non poter andare oltre la coscienza del corpo, dell’energia che lo sostiene, e dei processi della mente individuale. Questo livello di ottenimento fisico, pranico e psichico, da un lato, non è affatto un mediocre risultato, dall’altro, è solo il massimo che un “io” può realizzare.

È evidente che anche questo grado di comprensione sarebbe per i più un sogno lontano; ma tutto questo, per quanto ci metta nella possibilità di essere un uomo lucido, individuato e cosciente del sé psichico, non ci libera dalla sofferenza. Perché la soluzione della sofferenza sta oltre la coscienza individuale. Perché alla domanda: “In realtà, chi è che soffre?”, dobbiamo rispondere "l’individuo". La vera libertà va ricercata, verificata e, quindi, realizzata oltre lo stato coscienziale dell’individualità, verso una coscienza più raffinata e aperta, senza confini. E questo è il mondo dello spirito.

Il ricercatore, con perseveranza, sotto la guida di un maestro (Chi ha realizzato in sé la Suprema Conoscenza dell’Essere), deve sviluppare la silenziosa presenza consapevole nei vari gradi esistenziali (della coscienza) presenti in ognuno di noi. Questo comporta affrontare personalmente in sé tutti i veicoli manifesti e i loro attributi. E tutto ciò comporta la non preclusione agli stessi, che si presentano come momenti spirituali dell’esistenza.

Così accade che molti sedicenti iniziati, in preda allo dubbio stagnante, scambino la via iniziatica, con evidente atteggiamento illogico, per una forma atea (senza possibilità). Il loro scetticismo gli preclude qualsiasi possibilità di andare oltre il corpo e l’io psicologico. Essi vorrebbero realizzare la liberazione dalle forme, progettando la soluzione dell’intera realtà esistenziale (nella sua totalità), ma accettano come reale solo la coscienza mentale. Escludono la possibilità che ci sia una realtà non fisica e la presenza indefinita di stati e luoghi in essa, che siamo soliti chiamare “soprannaturale”.
Sarebbe come dire “Voglio andare in America senza una carta geografica”, o magari, “Posso andarci, ma tra il luogo in cui mi trovo e l’America non c’è né il mare né il cielo, e, in realtà, non penso che la loro presenza sia necessaria”, ecc. In questo senso i massoni, tra le varie qualifiche, richiedono ai “bussanti” la dichiarazione di credere nell’Essere Supremo, di là dalle sue possibili rappresentazioni. Come sarebbe possibile, in effetti, realizzare il Divino che è in noi senza credere che Questo esista?

Detto ciò, ci chiediamo: come possiamo affrontare un percorso che ci porti al superamento della sofferenza, oltre l’individualità limitante e i rimanenti stati esistenziali che possediamo nella nostra coscienza?

Com’è possibile comprendere l’Assoluto che noi stessi siamo o, comunque, affrontare la pur minima parziale realizzazione, senza avere una grande fede?

Ritorniamo, quindi, al significato di fede e dubbio, ma espressi nel loro valore iniziatico.

A questo scopo è interessante citare alcuni brevi passi del libro di Sharon Salzberg: “Fede”, (Ubaldini Editore, Roma 2003. Le citazioni sono prese dal capitolo “Verificare la fede”, pagg. 54/55), perché essi esprimono, in estrema sintesi, la raffinata dialettica tra fede e dubbio, così come qui la intendiamo. In assenza di quest’accordo operativo tra di essi diventa impossibile procedere nel processo iniziatico realizzativo.

“Se la fede viene separata dalla ricerca razionale si riduce a una pratica per creduloni”.

“Nel buddhismo, la distinzione tra fede e credenza risiede nel mettere alla prova ciò che viene detto. ‘Mettilo in pratica’, ha detto il Buddha, ‘e se scopri che conduce a un tipo di saggezza che è come guardare un muro e poi il muro crolla e vedi in maniera sconfinata, allora puoi fidarti’. Indipendentemente da cosa mi dicevano i maestri, rimaneva una credenza fino a che non lo sperimentavo”.

“Per poter approfondire la fede, dobbiamo essere capaci di mettere alla prova le cose, di chiedere, di dubitare. La fede viene infatti rafforzata dal dubbio, quando il dubbio è un’indagine critica e sincera combinata con una profonda fiducia nel nostro stesso diritto e nella nostra capacità di discernere la verità. Nel buddhismo questo tipo di indagine è conosciuta come ‘dubbio salutare’. Perché il dubbio sia salutare dobbiamo essere sufficientemente vicini al problema in discussione da esserne interessati, e tuttavia abbastanza aperti da lasciare che il dubbio si manifesti. Diversamente dal dubbio salutare, che ci porta più vicino a esplorare la verità, il dubbio non salutare ce ne allontana”.

In questi passaggi di Sharon Salzberg, ci sono tutti i soggetti di questa nostra riflessione. C’è la “fede religiosa” che non prevede la messa in discussione dei suoi dogmi, non accettando un percorso di realizzazione effettiva e personale. C’è il “dubbio scettico” (non salutare) che non ci permette alcun avvicinamento alla conoscenza superiore. Ci sono la “fede” e il “dubbio salutare” che insieme concorrono alla realizzazione della verità svelata e presente in noi stessi, attraverso l’apertura verso la possibilità che ci sia una Verità e che sia sempre presente in noi stessi come nostra vera Identità.

Possiamo quindi considerare la fede come l’apertura di un orizzonte di senso che si offre alla Verità nella sua assolutezza.

Dobbiamo osservare però come questa apertura verso il Vero, per essere funzionale e operativa, debba, inizialmente, essere “incondizionata” e “indubitabile”. Nel senso del nostro percorso di risveglio all’Assoluto, l’apertura è uno stato ontologico di svelamento della nostra possibilità di Essere la Verità stessa. È una condizione necessaria per poter compiere qualsiasi cammino. Non può essere considerato un momento operativo in senso temporale. L’apertura, così come qui la intendiamo, è la consapevolezza che noi già siamo “ora” tutto ciò che vogliamo realizzare.

Il momento operativo, nel suo svolgimento nel tempo, inizia con il dubbio, che ci offre la possibilità della verifica di quanto abbiamo già compreso come reale.

La possibilità di poter verificare nell’esperienza personale la Verità, (lavoro del dubbio), oltre che realizzare nel movimento temporale ciò che abbiamo già riconosciuto vero in noi su un piano ontologico, dona la “tranquillità” di poterci aprire incondizionatamente, e a priori, al Vero.

È bene chiarire quest’ultima affermazione.

L’atto di fede a priori, necessario e atemporale, in quanto apertura ontologica verso l’Essere, è richiesto ad un individuo che, inizialmente, vive nel tempo e in uno stato presente che ancora non gli consente di essere Ciò verso cui si apre.

Il dubbio, che è lo strumento operativo che ci permette di verificare la conoscenza, consente, in questa funzione, quel “lasciarsi andare” in un’apertura che, senza la possibilità di verifica, sarebbe ostacolato dalla paura di vivere una cieca e inconsapevole accettazione di ciò che, in apparenza, sembra così distante.

Il dubbio, l’imprescindibile verifica, ci autorizza a donarci al Vero, a priori.

L’elemento centrale che vogliamo evidenziare è la funzione di allentamento delle difese dell’individuo nei confronti di una Verità percepita così lontana, anche se vicinissima a noi. L’individuo senza essere al corrente della possibilità di verificare la Verità, chiuso nello scetticismo di abbandonarsi all’irreale, alla creatività fanciullesca della sua fantasia, nella paura della deriva verso l’irrazionale, perderebbe la possibilità di aprirsi all’Eterno Essere che già da sempre siamo.

Il problema nasce dal fatto che Quello che è più vero, ossia, l’Essere che noi stessi siamo, essendo uno stato di piena libertà, amore e beatitudine, che apre alla coscienza le sue naturali eterne possibilità, mostra un’idea troppo grande per sembrare vera. La mente razionale non permette l’apertura all’infinito Essere perché reputa tutto questo una fantasia infantile e credulona.

In funzione dell’apertura iniziale, quindi, il dubbio sano, la possibilità di verificare realmente l’Assoluto che è da sempre in noi, ci “tranquillizza”. È come se stringessimo un patto con la nostra mente, un compromesso di conoscenza. Come se dicessimo alla mente: “Cara mente, è vero che tutto questo sembra pura fantasia, ma vedrai che potrò dimostrarti la sua realtà. Dammi del tempo e tutto sarà confermato”.

Se riusciamo a convincere la nostra mente, questa si zittisce, abbandona il suo giudizio, e noi, ancora immersi nella nostra individualità, possiamo tuttavia aprirci indisturbati alla Verità, nella profonda apertura della fede. E, da quel momento, possiamo iniziare quel processo di realizzazione in noi che ci porterà a essere Ciò che già da sempre siamo.

In questo processo realizzativo, verifica dopo verifica, quella Verità affermata inizialmente solo nei concetti, verso la quale decidiamo di aprirci anticipatamente, si avvicina sempre più. Nel risveglio della conoscenza reale, tra noi e il Vero non c’è più alcuna separazione.
Il percorso a cui ci rivolgiamo, col sostegno dei preziosi strumenti della fede e del dubbio, è la suprema realizzazione metafisica, nell’Eterna Non Dualità dell’Essere: Ciò che realmente siamo.


Arjuna 
Eques a Silentio

venerdì 8 gennaio 2016

L’Insegnamento nell'Ordine e il Vedanta Advaita





Immagine dal Blog "Advaita Vedanta" di Paolo Proietti



Il Sovrano Ordine dei Cavalieri Eidon agisce nell’insegnamento attraverso la Catena Iniziatica ininterrotta dei Maestri del Vedanta Advaita, in quanto questa Tradizione è a tutt’oggi una meravigliosa Conoscenza attiva e realizzativa.

Ci sono stati nella storia molti insegnamenti metafisici, alcuni sono presenti ancora oggi, come lo è appunto l’Advaita.

Da una citazione di un testo di Raphael, Maestro Advaita dei nostri tempi, possiamo cogliere una sintesi dell’impostazione Metafisica e di alcune tradizioni che l’hanno tramandata nei millenni. Il testo è “La Triplice Via del Fuoco”, Ed. Āśram Vidyā, ora, "Associazione Ecoculturale Parmenides".

“La metafisica va di là da tutte le scienze profane e anche sacre, quindi non è cosmologia, né ontologia che fa riferimento all’Uno principiale. Il sentiero metafisico, in riferimento alla Qabbālāh, è quello dell’Ain Soph, all’Alchimia è quello che risolve lo stesso Zolfo, al Vedānta è quello del Nirguṇa o Turīya. Per Platone-Plotino è la realizzazione dell’Uno-Bene, che trascende lo stesso Essere o Uno Molti”.

Il Sovrano Ordine dei Cavalieri Eidon, per mostrarsi, ha utilizzato un nome greco, Εĩδον, tempo aoristo del verbo greco Οράω (vedere), per il quale è stato presentato un articolo dedicato in questo blog, dal titolo: “Εĩδον – vedere, conoscere, sapere”. 

Questo termine, consigliato da Raphael per la nostra intenzione, descrive, nei termini occidentali, quello stato di realizzazione non duale che, di per sé, non può essere limitato ad un contesto tradizionale particolare. 

La scelta di tale nome vuole quindi testimoniare l’Unità sottostante a tutti i rami della tradizione metafisica. La quale ha mostrato “… quella Realtà assoluta che costituisce il fondamento del divenire e che è prospettata dagli insegnamenti tradizionali dell’Occidente e dell’Oriente: l’Uno-Uno o Uno-Bene di Platone, l’Uno di Plotino, l’Uno-senza-secondo di Śaṅkara”. (Dalla seconda di copertina del libro “Fuoco di Risveglio – unità nel cambiamento”, Raphael, Ed. Āśram Vidyā).

L’unità della tradizione metafisica nella sua universalità è, quindi, il nostro bagaglio iniziatico essenziale. Tuttavia, come già evidenziato, l’Ordine studia e pratica l’operatività particolare del Vedanta Advaita.

Se un percorso iniziatico è realmente operativo, pur riconoscendo l’universalità della Conoscenza non duale nelle sue molteplici forme, deve prospettare  la pratica di un solo insegnamento, perché ogni "ramo" della tradizione ha una sua particolare modalità operativa, che non può essere elusa dall’ingenuità o dalla dannosità di qualsivoglia forma di sincretismo iniziatico.


Arjuna
Eques a Silentio