Il Sovrano Ordine dei Cavalieri Eidon è stato fondato al fine di contribuire al risveglio e alla custodia della Conoscenza Metafisica nella Tradizione Occidentale.
lunedì 29 febbraio 2016
domenica 28 febbraio 2016
venerdì 26 febbraio 2016
giovedì 25 febbraio 2016
mercoledì 24 febbraio 2016
martedì 23 febbraio 2016
lunedì 22 febbraio 2016
domenica 21 febbraio 2016
sabato 20 febbraio 2016
venerdì 19 febbraio 2016
giovedì 18 febbraio 2016
mercoledì 17 febbraio 2016
martedì 16 febbraio 2016
lunedì 15 febbraio 2016
domenica 14 febbraio 2016
venerdì 12 febbraio 2016
mercoledì 10 febbraio 2016
martedì 9 febbraio 2016
Bhagavad-gita Il canto del Beato
Battaglia d’Isso
Museo
Archeologico di Napoli
Alessandro
Magno (a sinistra) contro Dario III di Persia (a destra).
Ad
Isso, al confine tra la Cilicia e la Siria, nel novembre del 333 a.C. le
forze di Alessandro Magno, sovrano di Macedonia, affrontarono i persiani di
Dario III, aprendo la strada alla conquista macedone della Persia.
|
La Bhagavadgita è il
libro sacro più celebre della tradizione spirituale Indiana e costituisce
l'essenza della conoscenza vedica. E’ un
breve poema sanscrito di appena 700 versi in 18 canti, parte integrante del
grande poema epico Mahābhārata, fonte, quest’ultimo, delle tradizioni
normative, religiose e mistiche dell’India antica.
L’Opera, dedicata alle
regole d’agire della Cavalleria, risale probabilmente al III secolo A.C.,
mentre il primo testo comprensivo di commentario, la Bhagavadgītābhāṣya, è
opera di Śaṅkara (788-821).
Nel poema si narra
l’incontro di Arjuna, valoroso cavaliere e prototipo dell’eroe, con Krsna,
un’incarnazione (avatara) del Divino
in forma umana.
La Bhagavad Gita si apre
sul campo di battaglia, nella constatazione dell’esitazione di Arjuna che
dovrebbe combattere e uccidere gente della sua stirpe, ma si rifiuta di partecipare
alla lotta fratricida.
Di fronte a questa
prospettiva drammatica, Arjuna si lascia prendere dallo sconforto, rifiutandosi
di combattere. A questo punto Krsna gli impartisce gli insegnamenti, dal
profondo contenuto iniziatico, per dissiparne i dubbi e lo sconforto
imponendogli di rispettare i suoi doveri di Cavaliere (kṣatra), quindi
di combattere comunque, ma senza farsi coinvolgere da quelle stesse azioni (karman).
Krsna gradatamente fa riconoscere ad Arjuna la sua vera
condizione coscienziale, che è quella del guerriero, e l’imprescindibile dovere
(darma) di assecondarla e svelarla
nell’azione.
Apparsa in un momento di
contrasti e di nuove esigenze interiori del popolo indiano, la Bhagavadglta
contribuì a tener viva la fiamma della Conoscenza upanishadica con la sua
ricerca dei valori assoluti della Realtà e a pacificare le dispute filosofiche
e spirituali del tempo, facendo comprendere l'unità della Verità nei suoi
molteplici aspetti, così da dare a tutti, in modo saggio e illuminato,
l'opportunità di seguire senza conflitto dottrinario il sentiero adatto a
ognuno.
L’Azione di Arjuna è
l’equivalente di qualsiasi altra azione del tutto pacifica e quotidiana come,
ad esempio, risolvere le contraddizioni politiche interne ad una comunità
oppure quelle che un buon padre di famiglia cerca di superare all’interno della
sua famiglia o del posto di lavoro.
Arjuna conserva
l’esistente così come è dato, lo difende così come può essere difeso oggigiorno
un valore come la vita o la libertà di pensiero o i diritti naturali[1].
In definitiva, la
meditazione su quest’opera è profondamente utile per l’uomo del XXI° secolo
che, preso dagli obblighi dell’agire quotidiano rischia l’alienazione
spirituale, a meno di darsi una regola comportamentale chiara, basata sulla
comprensione dei profondi motivi dei propri doveri (darma), in modo che ci si possa rivolgere - nonostante tutto - e rivolta alla concreta elevazione
Spirituale.
La Bhagavad Gita è stata
molto commentata nel corso dei secoli: dai razionalisti e uomini pubblici di
livello (si pensi al mirabile commentario di Ghandi), agli antropologi (su
tutti: Mircea Eliade), alle gerarchie ecclesiastiche, fino ai risvegliati di
ogni epoca e fede (tra tutti: Samkara, Sai Baba, Raphael).
Tra tutte le opere in
circolazione c’è l’imbarazzo della scelta, pur non potendo evitare di
raccomandare l’opera di Raphael, per la limpidezza e profondità spirituale che
traspare dalle righe del suo commentario.
Raphael indica nella prefazione del libro quattro
punti essenziali per poter comprendere il testo nella sua giusta dimensione:
1. Comprensione tradizionale del concetto del Divino.
2. Comprensione del momento ed evento che hanno
determinato la nascita della Gita
3. Comprensione tradizionale degli ordini sociali
4. Comprensione del giusto approccio ai vari sentieri
che conducono al Divino.
L’approfondimento dei
quattro punti fa comprendere il vero Valore della Gita che, come abbiamo
accennato, è enorme se si pensa che è imperniata sull’azione che è alla base
della vita di ognuno di noi e alla quale nessuno può sottrarsi o rinunciare.
Essa svela il segreto dell’agire senza
agire in un mondo, come il nostro, compenetrato di movimento e di
conflitto.
Chi si trova sul piano
dell’azione, per non divenire succube dell’attivismo, deve comprendere quel perfetto agire scevro di
desiderio-attaccamento imprigionante e trascenderne le qualificazioni
individuali.
In questo contesto Krsna
gradatamente fa riconoscere ad Arjuna la sua vera condizione coscienziale, che
è quella del guerriero, e l’imprescindibile dovere (darma) di assecondarla e svelarla nell’azione.
La Gita offre così
qualcosa a tutti: sia a chi è impegnato nell’azione esterna sul piano del puro
agire sia a chi è portato verso la contemplazione e l’introversione, verso la
ricerca filosofica, mistica e riflessiva della vita.
Krsna dice ad Arjuna: “e poi, considerando il tuo proprio darma,
non dovresti esitare: per uno ksatrya non v’è niente di meglio che un legittimo
combattimento” (II,31)
Tutto il testo rimanda alla profondità delle regioni
dello Spirito: a quel Brahman sul quale è impossibile speculare, al massimo
stimolarne un tremolante riflesso…
Se
ami l’immortalità impugna la folgore
del giusto agire (karma-yoga) e squarcia il
dubbio che ti costringe. Quest’opera svela
il segreto dell’azione ‘non-incatenante’ “
Raphael
|
Uber
Eques a Zelante
[1]
Possiamo
così sostenere che la sua azione è tipicamente “visnuita”: Si tratta di una tradizione prevalentemente teistica,
basata principalmente sulla lettura esegetica dei Veda, delle Upaniṣad
(con particolare riguardo a quelle dette viṣṇuite), dei Purāṇa
(in particolar modo sui Viṣṇu, Nārada, Bhāgavata, Garuḍa, Padma e Varāha Purāṇa),
sugli Itihāsa con particolare attenzione al testo profondamente
religioso della Bhagavadgītā. Viṣṇu è venerato anche sotto la forma dei
suoi principali avatāra, tra i quali i più popolari sono: Kṛṣṇa e Rāma.
Va tuttavia tenuto presente che vi sono alcune
rilevanti e diffuse correnti religiose hindū, di origine e natura certamente
viṣṇuita, che intendono il dio Kṛṣṇa non come avatāra di Viṣṇu, ma come
manifestazione plenaria, originale e diretta del Bhagavat, Dio, la Persona
suprema, nel qual caso gli indologi intendono identificarli più precisamente
come kṛṣṇaiti. [Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/visnuismo]
lunedì 8 febbraio 2016
domenica 7 febbraio 2016
sabato 6 febbraio 2016
giovedì 4 febbraio 2016
martedì 2 febbraio 2016
Vivekacūḍāmaṇi (Il gran gioiello della discriminazione)
Vivekacūḍāmaṇi
(Il gran gioiello della
discriminazione)
Edizione: Associazione Ecoculturale
Parmenides
(dalla II e III di copertina del testo)
Che cosa intendiamo per realtà? Con quali
strumenti o mezzi possiamo raggiungerla? A quali risultati porta la conoscenza
della realtà?
L’individuo occidentale interpreta la
realtà in base alle forme-immagini che la sua mente crea dietro
rappresentazioni sensoriali assai illimitate.
Siamo soliti speculare su ciò che è
la nostra particolare immagine-universo,
anziché sulla realtà in sé. Il mondo che ci circonda è sempre un mondo
rapportato alla nostra interpretazione mentale, basta spostare la
focalizzazione e la dimensione ché simile mondo acquisti interpretazione e
realtà diverse. Quando un qualunque dato oggettivo cade sotto la nostra
percezione sensoriale-mentale, esso viene rapportato e modificato da quella
stessa nostra percezione e proiettato come dato reale e assoluto.
In Oriente, ma anche nell’Occidente
classico, soprattutto dell’antica Grecia (Pitagora, Parmenide, Platone,
Plotino, Neopitagorici e Neoplatonici), in linea strettamente tradizionale, è
Reale ciò che non subisce cambiamento e diversificazione, moto e processo, per
cui si può definire la Realtà nella sua accezione più profonda: Assoluto. Ciò
che non è Assoluto-reale non è altro che fenomeno, apparenza.
Abbiamo parlato di Assoluto, il che
equivale a parlare di Metafisica e il Vedānta
advaita, di cui il Vivekacūḍāmaṇi segue
i princìpi, è metafisica pure perché la sua tematica fondamentale è proprio
questa ricerca dell’Assoluto in quanto Reale puro: “Esiste una realtà, un’entità
assoluta, la quale è l’eterno sostrato della coscienza differenziata, testimone
dei tre stati e distinta dai cinque involucri”.
In questa sua opera Śaṅkara ha
dispiegato non solo una metafisica teorico-intuitiva della Realtà, portando un
grande contributo al pensiero filosofico umano, ma ha anche concretizzato una
strada-sentiero che può essere realizzata e vissuta; infatti nel corso del
dialogo Egli tratta dei mezzi o strumenti necessari per penetrare nel mondo
delle cause e rompere le catene delle false sovrapposizioni prodotte dall’ignoranza
avidyā. Tra questi riveste
particolare importanza viveka, la discriminazione
o discernimento intellettivo tra il reale e il non reale, che dà il titolo all’opera
stessa: “Il gran gioiello della discriminazione”. Un “gioiello” che illumina
della sua luce e della sua purezza la nostra coscienza affinché possa vivere la
gioia che nasce dal riconoscimento della nostra eternità, compiutezza e
pienezza.
lunedì 1 febbraio 2016
sabato 30 gennaio 2016
venerdì 29 gennaio 2016
giovedì 28 gennaio 2016
Il Codice dei Cavalieri Eidon
“Cavaliere,
ascolta!”
- L’investitura che
ricevi in quest’Ordine richiede coraggio, ardore e discriminazione.
Perseverando nel lavoro svilupperai, silenzioso, i frutti del loro motivo.
- Nei tempi oscuri di
questa generazione, l’Ordine ti potrebbe convocare per difendere la luce della
consapevolezza nell’umanità; ma, ricorda! Qualsiasi azione che sarai chiamato a
compiere, anche la più giusta, è pura illusione.
- Il tuo vero compito è
realizzare l’Io sono. Tutto il resto è vanità.
- Per realizzare il tuo
dovere, sono necessarie molte qualificazioni; ma le più importanti sono due e
queste hanno la potenza di sviluppare tutte le altre in egual misura. Il tuo
“cavallo” è la forza dell’ardente
desiderio di liberazione, la tua “spada” la capacità di discriminare tra reale e non reale.
Evoca in te queste due fondamentali qualificazioni, tutto il resto ti sarà
dato.
- Il Cavaliere Eidon, in
realtà, combatte la propria ignoranza e l’illusione del mondo senza alcun
sostegno. Egli salta nell’abisso dell’Essere rinunciando alle forme e, nel
silenzio…, riconosce la sua reale Identità. Questo richiede il più grande
coraggio! Pochi sono gli uomini che manterranno “ferma” la mano sulla propria
spada.
- Cavaliere! Perché
continui a coltivare le conoscenze esoteriche dei fenomeni? Non hai compreso
che tutto è illusione!? Taci, sii silenzioso, ferma ogni movimento nella tua
Coscienza; tutto il resto è divenire, apparenza, semplice allucinazione.
- Qualsiasi “esperienza”
tu possa fare nella via spirituale è divenire, evoluzione; ma “andando non si
arriva mai”. Non cercare, già sei ciò che pensi di dover diventare. Fermati e
sarai!
- Ogni volta che
intraprendi un’azione, anche la più elevata, chiediti: “Perché lo faccio?”. Sii
autentico in questa riflessione e, vedrai, la risposta sarà sempre: “Per mera
gratificazione”. Se sarai chiamato ad agire fallo per la Gloria di Dio, non per
te. Il distacco dai frutti dell’azione
è essenziale nella Via. Se così agirai, forte nella Conoscenza e nel silenzio,
diverrai l’Eterno.
- Nel sentiero che ti
porta all’Essere, non respingere gli oggetti della tua brama. Cerca la causa
del desiderare e, con pazienza, amorevolezza e discriminazione adoperati nel rettificare. Troverai la divina beatitudine, in totale assenza di
desiderio. Comprendi, Cavaliere! Perché desiderare significa soffrire.
- Utilizza l’intero universo;
ma non ti attaccare a nulla. Qualsiasi oggetto tu potrai ottenere nel mondo
delle forme sarà conquistato per poi essere perduto.
- Quando ti troverai
immerso nella selva dell’illusione, attaccato dai “guardiani” e preda
dell’inganno, nei momenti in cui non vedrai più la Via che porta alla Verità,
non temere. Resta quieto… Ti sveliamo la regola per ritrovare il sentiero:
tutto ciò che è percepito, che è visto, in quanto percepito e visto, “non è”,
rappresenta “il secondo”. La Realtà è totale assenza di manifestazione. E
questa è la tua reale Identità.
- La Non Dualità è il
livello ultimo della Conoscenza. Ma, ricorda! Senza umiltà, la Sapienza è
superbia. Ciò che apprenderai in questo Ordine ti porterà alla semplice
conoscenza di ciò che già sei; ma tutto ciò deve essere colto con semplicità e
naturalezza.
- Per quanto, nel mondo,
nella realtà relativa e impermanente osserviamo le differenze tra gli uomini,
sul piano dell’Essere siamo Unità Coscienziale. Tieni, quindi, sempre a mente
questa regola: “Nessuno ti è superiore e tu non sei superiore a nessuno”.
- Cavaliere! Pur
riconoscendo l’affermazione “en to pan”,
“tutto è uno”, l’Ordine rappresenta la gerarchia nel mondo dell’apparenza;
perché riconosce l’esigenza di attenersi ai doveri
del proprio stato per acquisire i mezzi preliminari necessari all’ascesi.
Se intuisci questo: Taci! Obbedisci! Comprendi!
- Il Cavaliere non si
contrappone a nulla. Se fosse chiamato a combattere, lo farebbe senza alcuna
identificazione.
- Non cercare di
convincere nessuno della tua Verità, tienila nel silenzio del tuo cuore e
mostra i suoi frutti nella tua vita. Rammenta sempre la legge universale:
“Chiedi e ti sarà dato”.
- Gesù affermava: “Ama il prossimo tuo (come) perché è te
stesso”. Oppure: “Tutte le cose,
dunque, che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente
farle a loro”. Con le parole attribuite a Confucio, possiamo indicarti
un’ulteriore conferma di questa regola, nei termini della negazione: “Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non
farlo agli altri”. E, ancora, Gesù: “Amate
i vostri nemici”. Comprendi anche questo insegnamento: “Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno
viene al Padre se non per mezzo di Me”. Con alcune frasi emblematiche
quest’Ordine ti indica la necessità di portare alla dissoluzione ogni dualità
nella tua vita affinché tu possa tornare al Padre tuo, all’assoluto Essere;
perché: “Tat Tvam Asi”, “Tu sei Quello”.
“Possa a tutti arridere la vittoria
sulla grande illusione”
Raphael
mercoledì 27 gennaio 2016
lunedì 25 gennaio 2016
domenica 24 gennaio 2016
Alle Fonti della Vita (Domande e risposte sull'ultima Realtà)
Casa Editrice: Associazione
Ecoculturale Parmenides
(già
Edizioni Āśram Vidyā)
Dalla
presentazione della Casa Editrice.
Il volume raccoglie una serie di domande e risposte tra
Raphael e alcune persone interessate alla “ricerca” sui più profondi problemi
esistenziali.
In questo “dialogo realizzativo” c’è un sottofondo dominante
che si pone all’attenzione del lettore: l’origine del conflitto e la
conseguente sofferenza umana.
Il conflitto-sofferenza è essenzialmente il risultato del
divario tra ciò che vorrebbe avere ed essere; quando tra queste due possibilità
c’è concordanza perfetta non può esserci conflitto. Ma in quale modo può
verificarsi tale concordanza?
Raphael sintetizza così i presupposti per una giusta
comprensione e soluzione del problema: occorre investigare se l’oggetto ha
valore di “relatività” o di “assolutezza”, se la dualità soggetto-oggetto
risulta irriducibile e, infine, si deve indagare la natura dello stesso
desiderio, perché esso non rappresenta altro che l’effetto di un moto più
profondo.
Alcune risposte di Raphael presentano dimostrazioni serrate e
stringenti, incalzano l’interrogante a retrocedere nel processo pensativo, ad
allontanarsi sempre più dalle “apparenze”; altre sembrano ardite, ma è bene
considerare che Raphael si pone dalla prospettiva della Non-dualità (Advaita).
È da sottolineare che Raphael non offre semplicemente delle
risposte, ma coinvolge lo stesso interlocutore nella ricerca e nello svelamento
dell’ultima Verità, non quella parziale, anche se ciò può non andare d’accordo
col sentimento o l’opinione personali.
La seconda parte del libro raccoglie una serie di aforismi
sulla “Via del Fuoco” pervasi da una forza vibrante e penetrante che non si
esaurisce nella bellezza dell’espressione, ma si riversa sul lettore per
scuoterlo dalla sua inerzia, per risvegliarlo dallo stato di torpore in cui si
trova e avviarlo a “vivere” ciò che nella prima parte può aver costituito la
base per la Conoscenza.
In questi aforismi Raphael indica le varie fasi, i passi da compiere per seguire la “Via del Fuoco”, evidenzia le difficoltà che si incontreranno e che dovranno essere superate, mette in guardia da facili entusiasmi, dalle pericolose e potenti illusioni, da quel “gioco mentale” che porta a “rappresentarsi di essere” piuttosto che ad essere.
sabato 23 gennaio 2016
Di là dalla Fede, oltre il Dubbio
Per chi intenda affrontare un
percorso spirituale diretto alla soluzione finale della sofferenza è necessario
riflettere su due termini fondamentali: la fede
e il dubbio.
Il primo livello di significato che è
evocato da queste due parole, all’istante, ci porta verso i temi legati alla
religione e a ciò che, senza sosta, hanno cavalcato gli scettici nella loro
controffensiva verso di essa. In questo senso, se la fede è stata lo strumento
della rivelazione religiosa, il dubbio scettico ha proposto una visione
relativa e castrante, che non ha permesso alla mente di elevarsi oltre i limiti
che essa stessa generava.
Questo scritto non intende
contrapporsi alla religione e allo scetticismo, perché non è di nostro
interesse la contrapposizione in sé, rispettando ogni espressione umana, a
patto che non contribuisca alla sofferenza dell’altro. (per quanto riguarda la
sofferenza autoprodotta, riportiamo l’affermazione di un grande Maestro dei
nostri tempi, il quale, per evidenziare la potenza della libertà fondamentale
in ognuno, afferma: “Ogni individuo ha il diritto di soffrire” - Raphael).
Qualsiasi espressione umana positiva
è la giusta produzione, in un dato momento, di una particolare coscienza. Il nostro
specifico interesse è, quindi, rivolto al significato dei due termini nella
coerenza dei progetti di ciascuno.
Questo comporta, sempre, un raffinato
lavoro alchemico sul linguaggio, che già in sé porta il seme della comprensione.
Non possiamo non partire, in questa
piccola opera di svelamento consapevole del nostro linguaggio, da quello che
comunemente percepiamo come significato di fede e dubbio.
La fede, nel senso della religione
occidentale, come avviene ad esempio nel cattolicesimo, legata ad un’accettazione
incondizionata dei dogmi ri-velati, annulla ogni possibilità di verifica
dell’insegnamento e, proprio per questa necessaria osservanza, necessita di un
intermediario che la presenti nella sua intoccabile e non verificabile verità. L’intermediario
stesso, il sacerdote, vivendo nella “condizione umana”, è qualificato alla
conduzione del rito e alla trasmissione della ri-velazione, ma, non può
personalmente verificare l’attendibilità del dogma né, tantomeno, riflettere
sulla possibile relatività dello stesso. Con il termine “relatività”, vogliamo
sottolineare come i dogmi si mostrino spesso come l’espressione di una cultura
particolare e, proprio per questo, limitati dal tempo e dallo spazio.
Pur riconoscendo la religione come un
insostituibile mezzo di accesso al sacro, dobbiamo osservare che essa non sia
adatta a tutte le coscienze anche se, tuttavia, è funzionale a chi non abbia le
qualificazioni, in atto, per assumere in sé la Verità dell’Insegnamento.
Riportiamo, per chiarezza, due punti
del significato di fede, così come espressi nel vocabolario della lingua
italiana “Il Nuovo Zingarelli”, con riferimento alla tematica religiosa: “Adesione incondizionata a un fatto, a
un’idea determinata da motivi non giustificabili per intero dalla ragione”,
“Adesione dell’anima e della mente ad una
verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile con la ragione /
Complesso delle credenze che, in una religione, sono accettate come rivelate e
non discutibili”.
Siamo perplessi, in realtà, su un punto:
“… una verità rivelata o soprannaturale
non sempre dimostrabile dalla ragione”.
Non sembra, in piena coscienza, che
ci sia qualche affermazione della religione, quando fa riferimento al dogma,
che sia dimostrabile con la ragione; quindi, quel “non sempre” dovrebbe essere
espresso con un “mai”. A patto che non si voglia considerare una dimostrazione razionale
lo storico: “credo quia absurdum”. In altre parole, credo proprio perché la
rivelazione è talmente assurda che non può essere dimostrata dalla ragione
umana.
In termini più accettabili potremmo
dire, ora, che la rivelazione non è confinabile nei limiti logico-formali della
mente, ma va compresa con le facoltà dello Spirito. Questo punto finale è
proprio ciò che in ultima analisi ci interessa; ma notiamo come il livello
conoscitivo della religione, nel modo in cui solitamente è trasmessa e appresa,
non permetta la vera apertura della conoscenza spirituale nell’individuo. L’uomo
rimane un fedele necessitante della mediazione, del pontefice o di chi da lui è
autorizzato a spiegare Dio.
Occupiamoci ora del significato
consueto del termine “dubbio”.
Sempre nello stesso vocabolario, esso
è presentato così: “Sospensione
definitiva del giudizio dettata dalla convinzione di non poter mai giungere a
una certezza”.
È chiaro che, mantenendo questi
significati particolari di fede e dubbio (scettico), non sarà possibile
affrontare una ricerca spirituale che porti il ricercatore alla soluzione
definitiva della sofferenza e dello stato di necessità in cui si trova.
La presente riflessione è rivolta a
chi si ponga, come noi, nella prospettiva del risveglio alla nostra natura Non
Duale. E, per Non Duale, si intende la Coscienza unica ed eterna dell’Assoluto
Essere, che è riconosciuta, nell’insegnamento metafisico, come la nostra reale
identità. Tuttavia, queste riflessioni sui due termini di fede e dubbio sono
utili per qualsiasi livello della ricerca iniziatica. Da tale meditazione, la
fede e il dubbio si affermeranno come due strumenti operativi fondamentali nel
cammino della consapevolezza.
La soluzione della dicotomia tra fede
e dubbio sta nel comprendere questi due termini in un significato che li
avvicina, fino quasi a farli coincidere.
Ciò può avvenire, assegnando ad essi
questi significati trasmutati:
Fede = Fiducia
verso un Insegnamento che afferma una (la) Verità, le conoscenze e i processi
realizzativi, che potenzialmente sono verificabili da tutti in ogni momento e
in ogni luogo.
Dubbio =
impossibilità di accettare una verità ri-velata (velata di nuovo) che non presenti
la prassi operativa per essere verificata e realizzata, nel momento presente,
da ciascuno in sé.
In questo significato, il dubbio non
è più il “dubbio scettico”, ma coincide col “dubbio metodico” di sospensione
del giudizio che apre porte più espanse di comprensione. Il dubbio metodico ci
porta verso la sperimentazione/comprensione di ciò che non è familiare, noto,
già compreso. E questa è la condizione necessaria per avanzare nella
conoscenza, oltre i limiti delle nostre convinzioni.
Possiamo rintracciare questo significato
di dubbio anche nel senso iniziatico, molto poco compreso dai fratelli stessi, cui
si riferisce la massoneria. I liberi
muratori, uno dei termini per definire il massone, si aggettivano anche “uomini
del dubbio”. Essi affrontano la ricerca del “nosce te ipsum”, il “conosci te stesso” socratico, in assenza dei
dogmi e in piena libertà di ricerca, per mezzo della “Scienza Sacra”. Questa è
l’Insegnamento universale espresso dalle tradizioni in molti linguaggi, che
porta, attraverso la personale verifica, a Comprendere/Essere.
Per quale motivo è necessario conoscere
il significato profondo, iniziatico, di fede e dubbio?
Molte volte abbiamo incontrato
compagni di ricerca spirituale, devoti della consapevolezza, che diventano insofferenti,
fino a rinunciare in alcuni casi al percorso stesso, quando s’iniziano ad
affrontare i livelli coscienziali che vanno oltre il corpo e la mente. Essi,
pur necessitati a cercare risposte, si considerano liberi dai dogmi, ma si
scoprono, in seguito, irretiti nello scetticismo che li schiaccia in una forma
castrante di materialismo/ateismo “spirituale” senza possibilità. In realtà,
non ci sarebbe alcun problema in merito. Il solo limite è di non poter andare
oltre la coscienza del corpo, dell’energia che lo sostiene, e dei processi
della mente individuale. Questo livello di ottenimento fisico, pranico e
psichico, da un lato, non è affatto un mediocre risultato, dall’altro, è solo
il massimo che un “io” può realizzare.
È evidente che anche questo grado di
comprensione sarebbe per i più un sogno lontano; ma tutto questo, per quanto ci
metta nella possibilità di essere un uomo lucido, individuato e cosciente del
sé psichico, non ci libera dalla sofferenza. Perché la soluzione della
sofferenza sta oltre la coscienza individuale. Perché alla domanda: “In realtà,
chi è che soffre?”, dobbiamo rispondere "l’individuo". La vera
libertà va ricercata, verificata e, quindi, realizzata oltre lo stato
coscienziale dell’individualità, verso una coscienza più raffinata e aperta,
senza confini. E questo è il mondo dello spirito.
Il ricercatore, con perseveranza,
sotto la guida di un maestro (Chi ha realizzato in sé la Suprema Conoscenza
dell’Essere), deve sviluppare la silenziosa presenza consapevole nei vari gradi
esistenziali (della coscienza) presenti in ognuno di noi. Questo comporta
affrontare personalmente in sé tutti i veicoli manifesti e i loro attributi. E
tutto ciò comporta la non preclusione agli stessi, che si presentano come
momenti spirituali dell’esistenza.
Così accade che molti sedicenti
iniziati, in preda allo dubbio stagnante, scambino la via iniziatica, con
evidente atteggiamento illogico, per una forma atea (senza possibilità). Il
loro scetticismo gli preclude qualsiasi possibilità di andare oltre il corpo e
l’io psicologico. Essi vorrebbero realizzare la liberazione dalle forme, progettando
la soluzione dell’intera realtà esistenziale (nella sua totalità), ma accettano
come reale solo la coscienza mentale. Escludono la possibilità che ci sia una
realtà non fisica e la presenza indefinita di stati e luoghi in essa, che siamo
soliti chiamare “soprannaturale”.
Sarebbe come dire “Voglio andare in
America senza una carta geografica”, o magari, “Posso andarci, ma tra il luogo
in cui mi trovo e l’America non c’è né il mare né il cielo, e, in realtà, non
penso che la loro presenza sia necessaria”, ecc. In questo senso i massoni, tra
le varie qualifiche, richiedono ai “bussanti” la dichiarazione di credere
nell’Essere Supremo, di là dalle sue possibili rappresentazioni. Come sarebbe
possibile, in effetti, realizzare il Divino che è in noi senza credere che Questo
esista?
Detto ciò, ci chiediamo: come
possiamo affrontare un percorso che ci porti al superamento della sofferenza,
oltre l’individualità limitante e i rimanenti stati esistenziali che possediamo
nella nostra coscienza?
Com’è possibile comprendere l’Assoluto
che noi stessi siamo o, comunque, affrontare la pur minima parziale realizzazione,
senza avere una grande fede?
Ritorniamo, quindi, al significato di
fede e dubbio, ma espressi nel loro valore iniziatico.
A questo scopo è interessante citare
alcuni brevi passi del libro di Sharon Salzberg: “Fede”, (Ubaldini Editore,
Roma 2003. Le citazioni sono prese dal capitolo “Verificare la fede”, pagg.
54/55), perché essi esprimono, in estrema sintesi, la raffinata dialettica tra
fede e dubbio, così come qui la intendiamo. In assenza di quest’accordo
operativo tra di essi diventa impossibile procedere nel processo iniziatico
realizzativo.
“Se
la fede viene separata dalla ricerca razionale si riduce a una pratica per
creduloni”.
“Nel
buddhismo, la distinzione tra fede e credenza risiede nel mettere alla prova
ciò che viene detto. ‘Mettilo in pratica’, ha detto il Buddha, ‘e se scopri che
conduce a un tipo di saggezza che è come guardare un muro e poi il muro crolla
e vedi in maniera sconfinata, allora puoi fidarti’. Indipendentemente da cosa
mi dicevano i maestri, rimaneva una credenza fino a che non lo sperimentavo”.
“Per
poter approfondire la fede, dobbiamo essere capaci di mettere alla prova le
cose, di chiedere, di dubitare. La fede viene infatti rafforzata dal dubbio,
quando il dubbio è un’indagine critica e sincera combinata con una profonda
fiducia nel nostro stesso diritto e nella nostra capacità di discernere la
verità. Nel buddhismo questo tipo di indagine è conosciuta come ‘dubbio
salutare’. Perché il dubbio sia salutare dobbiamo essere sufficientemente
vicini al problema in discussione da esserne interessati, e tuttavia abbastanza
aperti da lasciare che il dubbio si manifesti. Diversamente dal dubbio
salutare, che ci porta più vicino a esplorare la verità, il dubbio non salutare
ce ne allontana”.
In questi passaggi di Sharon
Salzberg, ci sono tutti i soggetti di questa nostra riflessione. C’è la “fede
religiosa” che non prevede la messa in discussione dei suoi dogmi, non accettando
un percorso di realizzazione effettiva e personale. C’è il “dubbio scettico”
(non salutare) che non ci permette alcun avvicinamento alla conoscenza
superiore. Ci sono la “fede” e il “dubbio salutare” che insieme concorrono alla
realizzazione della verità svelata e presente in noi stessi, attraverso l’apertura verso la possibilità che ci sia
una Verità e che sia sempre presente in noi stessi come nostra vera Identità.
Possiamo quindi considerare la fede come l’apertura di un orizzonte di
senso che si offre alla Verità nella sua assolutezza.
Dobbiamo osservare però come questa apertura verso il Vero, per essere
funzionale e operativa, debba, inizialmente, essere “incondizionata” e “indubitabile”.
Nel senso del nostro percorso di risveglio all’Assoluto, l’apertura è uno stato ontologico di svelamento della nostra
possibilità di Essere la Verità stessa. È una condizione necessaria per poter
compiere qualsiasi cammino. Non può essere considerato un momento operativo in
senso temporale. L’apertura, così
come qui la intendiamo, è la consapevolezza che noi già siamo “ora” tutto ciò
che vogliamo realizzare.
Il momento operativo, nel suo
svolgimento nel tempo, inizia con il dubbio, che ci offre la possibilità della
verifica di quanto abbiamo già compreso come reale.
La possibilità di poter verificare
nell’esperienza personale la Verità, (lavoro del dubbio), oltre che realizzare nel
movimento temporale ciò che abbiamo già riconosciuto vero in noi su un piano
ontologico, dona la “tranquillità” di poterci aprire incondizionatamente, e a
priori, al Vero.
È bene chiarire quest’ultima
affermazione.
L’atto di fede a priori, necessario e
atemporale, in quanto apertura ontologica
verso l’Essere, è richiesto ad un individuo che, inizialmente, vive nel tempo e
in uno stato presente che ancora non gli consente di essere Ciò verso cui si
apre.
Il dubbio, che è lo strumento
operativo che ci permette di verificare la conoscenza, consente, in questa
funzione, quel “lasciarsi andare” in un’apertura che, senza la possibilità di
verifica, sarebbe ostacolato dalla paura di vivere una cieca e inconsapevole
accettazione di ciò che, in apparenza, sembra così distante.
Il dubbio, l’imprescindibile verifica,
ci autorizza a donarci al Vero, a priori.
L’elemento centrale che vogliamo evidenziare
è la funzione di allentamento delle difese dell’individuo nei confronti di una
Verità percepita così lontana, anche se vicinissima a noi. L’individuo senza essere
al corrente della possibilità di verificare la Verità, chiuso nello scetticismo
di abbandonarsi all’irreale, alla creatività fanciullesca della sua fantasia,
nella paura della deriva verso l’irrazionale, perderebbe la possibilità di
aprirsi all’Eterno Essere che già da sempre siamo.
Il problema nasce dal fatto che
Quello che è più vero, ossia, l’Essere che noi stessi siamo, essendo uno stato
di piena libertà, amore e beatitudine, che apre alla coscienza le sue naturali
eterne possibilità, mostra un’idea troppo grande per sembrare vera. La mente
razionale non permette l’apertura
all’infinito Essere perché reputa tutto questo una fantasia infantile e
credulona.
In funzione dell’apertura iniziale, quindi, il dubbio sano, la possibilità di
verificare realmente l’Assoluto che è da sempre in noi, ci “tranquillizza”. È come
se stringessimo un patto con la nostra mente, un compromesso di conoscenza.
Come se dicessimo alla mente: “Cara mente, è vero che tutto questo sembra pura
fantasia, ma vedrai che potrò dimostrarti la sua realtà. Dammi del tempo e tutto
sarà confermato”.
Se riusciamo a convincere la nostra
mente, questa si zittisce, abbandona il suo giudizio, e noi, ancora immersi
nella nostra individualità, possiamo tuttavia aprirci indisturbati alla Verità,
nella profonda apertura della fede. E,
da quel momento, possiamo iniziare quel processo di realizzazione in noi che ci
porterà a essere Ciò che già da sempre siamo.
In questo processo realizzativo,
verifica dopo verifica, quella Verità affermata inizialmente solo nei concetti,
verso la quale decidiamo di aprirci anticipatamente, si avvicina sempre più. Nel
risveglio della conoscenza reale, tra noi e il Vero non c’è più alcuna
separazione.
Il percorso a cui ci rivolgiamo, col
sostegno dei preziosi strumenti della fede e del dubbio, è la suprema realizzazione
metafisica, nell’Eterna Non Dualità dell’Essere: Ciò che realmente siamo.
Arjuna
Eques a Silentio
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