martedì 9 febbraio 2016

Bhagavad-gita Il canto del Beato




Battaglia d’Isso
Museo Archeologico di Napoli

Alessandro Magno (a sinistra) contro Dario III di Persia (a destra).
Ad Isso, al confine tra la Cilicia e la Siria, nel novembre del 333 a.C. le forze di Alessandro Magno, sovrano di Macedonia, affrontarono i persiani di Dario III, aprendo la strada alla conquista macedone della Persia.




La Bhagavadgita è il libro sacro più celebre della tradizione spirituale Indiana e costituisce l'essenza della conoscenza vedica.  E’ un breve poema sanscrito di appena 700 versi in 18 canti, parte integrante del grande poema epico Mahābhārata, fonte, quest’ultimo, delle tradizioni normative, religiose e mistiche dell’India antica.

L’Opera, dedicata alle regole d’agire della Cavalleria, risale probabilmente al III secolo A.C., mentre il primo testo comprensivo di commentario, la Bhagavadgītābhāṣya, è opera di Śaṅkara (788-821).

Nel poema si narra l’incontro di Arjuna, valoroso cavaliere e prototipo dell’eroe, con Krsna, un’incarnazione (avatara) del Divino in forma umana.

La Bhagavad Gita si apre sul campo di battaglia, nella constatazione dell’esitazione di Arjuna che dovrebbe combattere e uccidere gente della sua stirpe, ma si rifiuta di partecipare alla lotta fratricida.

Di fronte a questa prospettiva drammatica, Arjuna si lascia prendere dallo sconforto, rifiutandosi di combattere. A questo punto Krsna gli impartisce gli insegnamenti, dal profondo contenuto iniziatico, per dissiparne i dubbi e lo sconforto imponendogli di rispettare i suoi doveri di Cavaliere (kṣatra), quindi di combattere comunque, ma senza farsi coinvolgere da quelle stesse azioni (karman).

Krsna gradatamente fa riconoscere ad Arjuna la sua vera condizione coscienziale, che è quella del guerriero, e l’imprescindibile dovere (darma) di assecondarla e svelarla nell’azione.
Apparsa in un momento di contrasti e di nuove esigenze interiori del popolo indiano, la Bhagavadglta contribuì a tener viva la fiamma della Conoscenza upanishadica con la sua ricerca dei valori assoluti della Realtà e a pacificare le dispute filosofiche e spirituali del tempo, facendo comprendere l'unità della Verità nei suoi molteplici aspetti, così da dare a tutti, in modo saggio e illuminato, l'opportunità di seguire senza conflitto dottrinario il sentiero adatto a ognuno.

L’Azione di Arjuna è l’equivalente di qualsiasi altra azione del tutto pacifica e quotidiana come, ad esempio, risolvere le contraddizioni politiche interne ad una comunità oppure quelle che un buon padre di famiglia cerca di superare all’interno della sua famiglia o del posto di lavoro.

Arjuna conserva l’esistente così come è dato, lo difende così come può essere difeso oggigiorno un valore come la vita o la libertà di pensiero o i diritti naturali[1].

In definitiva, la meditazione su quest’opera è profondamente utile per l’uomo del XXI° secolo che, preso dagli obblighi dell’agire quotidiano rischia l’alienazione spirituale, a meno di darsi una regola comportamentale chiara, basata sulla comprensione dei profondi motivi dei propri doveri (darma), in modo che ci si possa rivolgere - nonostante tutto -  e rivolta alla concreta elevazione Spirituale.

La Bhagavad Gita è stata molto commentata nel corso dei secoli: dai razionalisti e uomini pubblici di livello (si pensi al mirabile commentario di Ghandi), agli antropologi (su tutti: Mircea Eliade), alle gerarchie ecclesiastiche, fino ai risvegliati di ogni epoca e fede (tra tutti: Samkara, Sai Baba, Raphael).

Tra tutte le opere in circolazione c’è l’imbarazzo della scelta, pur non potendo evitare di raccomandare l’opera di Raphael, per la limpidezza e profondità spirituale che traspare dalle righe del suo commentario.

Raphael indica nella prefazione del libro quattro punti essenziali per poter comprendere il testo nella sua giusta dimensione:

1. Comprensione tradizionale del concetto del Divino.
2. Comprensione del momento ed evento che hanno determinato la nascita della Gita
3. Comprensione tradizionale degli ordini sociali
4. Comprensione del giusto approccio ai vari sentieri che conducono al Divino.

L’approfondimento dei quattro punti fa comprendere il vero Valore della Gita che, come abbiamo accennato, è enorme se si pensa che è imperniata sull’azione che è alla base della vita di ognuno di noi e alla quale nessuno può sottrarsi o rinunciare. Essa svela il segreto dell’agire senza agire in un mondo, come il nostro, compenetrato di movimento e di conflitto.

Chi si trova sul piano dell’azione, per non divenire succube dell’attivismo, deve comprendere quel perfetto agire scevro di desiderio-attaccamento imprigionante e trascenderne le qualificazioni individuali.

In questo contesto Krsna gradatamente fa riconoscere ad Arjuna la sua vera condizione coscienziale, che è quella del guerriero, e l’imprescindibile dovere (darma) di assecondarla e svelarla nell’azione.

La Gita offre così qualcosa a tutti: sia a chi è impegnato nell’azione esterna sul piano del puro agire sia a chi è portato verso la contemplazione e l’introversione, verso la ricerca filosofica, mistica e riflessiva della vita.

Krsna dice ad Arjuna: “e poi, considerando il tuo proprio darma, non dovresti esitare: per uno ksatrya non v’è niente di meglio che un legittimo combattimento” (II,31)

Tutto il testo rimanda alla profondità delle regioni dello Spirito: a quel Brahman sul quale è impossibile speculare, al massimo stimolarne un tremolante riflesso…








Se ami l’immortalità impugna la folgore 

del giusto agire (karma-yoga) e squarcia il 
dubbio che ti costringe. Quest’opera svela 
il segreto dell’azione ‘non-incatenante’ “
Raphael




  
Uber 
 Eques a Zelante







[1] Possiamo così sostenere che la sua azione è tipicamente “visnuita”: Si tratta di una tradizione prevalentemente teistica, basata principalmente sulla lettura esegetica dei Veda, delle Upaniṣad (con particolare riguardo a quelle dette viṣṇuite), dei Purāṇa (in particolar modo sui Viṣṇu, Nārada, Bhāgavata, Garuḍa, Padma e Varāha Purāṇa), sugli Itihāsa con particolare attenzione al testo profondamente religioso della Bhagavadgītā. Viṣṇu è venerato anche sotto la forma dei suoi principali avatāra, tra i quali i più popolari sono: Kṛṣṇa e Rāma.
Va tuttavia tenuto presente che vi sono alcune rilevanti e diffuse correnti religiose hindū, di origine e natura certamente viṣṇuita, che intendono il dio Kṛṣṇa non come avatāra di Viṣṇu, ma come manifestazione plenaria, originale e diretta del Bhagavat, Dio, la Persona suprema, nel qual caso gli indologi intendono identificarli più precisamente come kṛṣṇaiti. [Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/visnuismo]

martedì 2 febbraio 2016


Vivekacūḍāmaṇi (Il gran gioiello della discriminazione)




Vivekacūḍāmaṇi
(Il gran gioiello della discriminazione)
Edizione: Associazione Ecoculturale Parmenides

(dalla II e III di copertina del testo)

Che cosa intendiamo per realtà? Con quali strumenti o mezzi possiamo raggiungerla? A quali risultati porta la conoscenza della realtà?

L’individuo occidentale interpreta la realtà in base alle forme-immagini che la sua mente crea dietro rappresentazioni sensoriali assai illimitate.

Siamo soliti speculare su ciò che è la nostra particolare immagine-universo, anziché sulla realtà in sé. Il mondo che ci circonda è sempre un mondo rapportato alla nostra interpretazione mentale, basta spostare la focalizzazione e la dimensione ché simile mondo acquisti interpretazione e realtà diverse. Quando un qualunque dato oggettivo cade sotto la nostra percezione sensoriale-mentale, esso viene rapportato e modificato da quella stessa nostra percezione e proiettato come dato reale e assoluto.

In Oriente, ma anche nell’Occidente classico, soprattutto dell’antica Grecia (Pitagora, Parmenide, Platone, Plotino, Neopitagorici e Neoplatonici), in linea strettamente tradizionale, è Reale ciò che non subisce cambiamento e diversificazione, moto e processo, per cui si può definire la Realtà nella sua accezione più profonda: Assoluto. Ciò che non è Assoluto-reale non è altro che fenomeno, apparenza.

Abbiamo parlato di Assoluto, il che equivale a parlare di Metafisica e il Vedānta advaita, di cui il Vivekacūḍāmaṇi segue i princìpi, è metafisica pure perché la sua tematica fondamentale è proprio questa ricerca dell’Assoluto in quanto Reale puro: “Esiste una realtà, un’entità assoluta, la quale è l’eterno sostrato della coscienza differenziata, testimone dei tre stati e distinta dai cinque involucri”.

In questa sua opera Śaṅkara ha dispiegato non solo una metafisica teorico-intuitiva della Realtà, portando un grande contributo al pensiero filosofico umano, ma ha anche concretizzato una strada-sentiero che può essere realizzata e vissuta; infatti nel corso del dialogo Egli tratta dei mezzi o strumenti necessari per penetrare nel mondo delle cause e rompere le catene delle false sovrapposizioni prodotte dall’ignoranza avidyā. Tra questi riveste particolare importanza viveka, la discriminazione o discernimento intellettivo tra il reale e il non reale, che dà il titolo all’opera stessa: “Il gran gioiello della discriminazione”. Un “gioiello” che illumina della sua luce e della sua purezza la nostra coscienza affinché possa vivere la gioia che nasce dal riconoscimento della nostra eternità, compiutezza e pienezza.

Raphael, nella traduzione dal sanscrito, ha avuto cura di restituire ad alcuni termini il significato più aderente alla Tradizione advaita entro cui il Vivekacūḍāmaṇi si colloca (si veda per esempio il capitolo dedicato alla māyā-apparenza) e il suo commento risulta perfettamente adeguato all’importanza della visione advaita di cui chiarisce e sviluppa i punti essenziali per il lettore occidentale.

giovedì 28 gennaio 2016

Il Codice dei Cavalieri Eidon


                                              

“Cavaliere, ascolta!”

- L’investitura che ricevi in quest’Ordine richiede coraggio, ardore e discriminazione. Perseverando nel lavoro svilupperai, silenzioso, i frutti del loro motivo.

- Nei tempi oscuri di questa generazione, l’Ordine ti potrebbe convocare per difendere la luce della consapevolezza nell’umanità; ma, ricorda! Qualsiasi azione che sarai chiamato a compiere, anche la più giusta, è pura illusione.

- Il tuo vero compito è realizzare l’Io sono. Tutto il resto è vanità.

- Per realizzare il tuo dovere, sono necessarie molte qualificazioni; ma le più importanti sono due e queste hanno la potenza di sviluppare tutte le altre in egual misura. Il tuo “cavallo” è la forza dell’ardente desiderio di liberazione, la tua “spada” la capacità di discriminare tra reale e non reale. Evoca in te queste due fondamentali qualificazioni, tutto il resto ti sarà dato.

- Il Cavaliere Eidon, in realtà, combatte la propria ignoranza e l’illusione del mondo senza alcun sostegno. Egli salta nell’abisso dell’Essere rinunciando alle forme e, nel silenzio…, riconosce la sua reale Identità. Questo richiede il più grande coraggio! Pochi sono gli uomini che manterranno “ferma” la mano sulla propria spada.

- Cavaliere! Perché continui a coltivare le conoscenze esoteriche dei fenomeni? Non hai compreso che tutto è illusione!? Taci, sii silenzioso, ferma ogni movimento nella tua Coscienza; tutto il resto è divenire, apparenza, semplice allucinazione.

- Qualsiasi “esperienza” tu possa fare nella via spirituale è divenire, evoluzione; ma “andando non si arriva mai”. Non cercare, già sei ciò che pensi di dover diventare. Fermati e sarai!

- Ogni volta che intraprendi un’azione, anche la più elevata, chiediti: “Perché lo faccio?”. Sii autentico in questa riflessione e, vedrai, la risposta sarà sempre: “Per mera gratificazione”. Se sarai chiamato ad agire fallo per la Gloria di Dio, non per te. Il distacco dai frutti dell’azione è essenziale nella Via. Se così agirai, forte nella Conoscenza e nel silenzio, diverrai l’Eterno.

- Nel sentiero che ti porta all’Essere, non respingere gli oggetti della tua brama. Cerca la causa del desiderare e, con pazienza, amorevolezza e discriminazione adoperati nel rettificare. Troverai la divina beatitudine, in totale assenza di desiderio. Comprendi, Cavaliere! Perché desiderare significa soffrire.

- Utilizza l’intero universo; ma non ti attaccare a nulla. Qualsiasi oggetto tu potrai ottenere nel mondo delle forme sarà conquistato per poi essere perduto.

- Quando ti troverai immerso nella selva dell’illusione, attaccato dai “guardiani” e preda dell’inganno, nei momenti in cui non vedrai più la Via che porta alla Verità, non temere. Resta quieto… Ti sveliamo la regola per ritrovare il sentiero: tutto ciò che è percepito, che è visto, in quanto percepito e visto, “non è”, rappresenta “il secondo”. La Realtà è totale assenza di manifestazione. E questa è la tua reale Identità.

- La Non Dualità è il livello ultimo della Conoscenza. Ma, ricorda! Senza umiltà, la Sapienza è superbia. Ciò che apprenderai in questo Ordine ti porterà alla semplice conoscenza di ciò che già sei; ma tutto ciò deve essere colto con semplicità e naturalezza.

- Per quanto, nel mondo, nella realtà relativa e impermanente osserviamo le differenze tra gli uomini, sul piano dell’Essere siamo Unità Coscienziale. Tieni, quindi, sempre a mente questa regola: “Nessuno ti è superiore e tu non sei superiore a nessuno”.

- Cavaliere! Pur riconoscendo l’affermazione “en to pan”, “tutto è uno”, l’Ordine rappresenta la gerarchia nel mondo dell’apparenza; perché riconosce l’esigenza di attenersi ai doveri del proprio stato per acquisire i mezzi preliminari necessari all’ascesi. Se intuisci questo: Taci! Obbedisci! Comprendi!

- Il Cavaliere non si contrappone a nulla. Se fosse chiamato a combattere, lo farebbe senza alcuna identificazione.

- Non cercare di convincere nessuno della tua Verità, tienila nel silenzio del tuo cuore e mostra i suoi frutti nella tua vita. Rammenta sempre la legge universale: “Chiedi e ti sarà dato”.

- Gesù affermava: “Ama il prossimo tuo (come) perché è te stesso”. Oppure: “Tutte le cose, dunque, che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle a loro”. Con le parole attribuite a Confucio, possiamo indicarti un’ulteriore conferma di questa regola, nei termini della negazione: “Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo agli altri”. E, ancora, Gesù: “Amate i vostri nemici”. Comprendi anche questo insegnamento: “Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me”. Con alcune frasi emblematiche quest’Ordine ti indica la necessità di portare alla dissoluzione ogni dualità nella tua vita affinché tu possa tornare al Padre tuo, all’assoluto Essere; perché: “Tat Tvam Asi”, “Tu sei Quello”.




 “Possa a tutti arridere la vittoria sulla grande illusione”

                                                                  
                                                               Raphael

domenica 24 gennaio 2016

Alle Fonti della Vita (Domande e risposte sull'ultima Realtà)





Casa Editrice: Associazione Ecoculturale Parmenides

(già Edizioni Āśram Vidyā)


Dalla presentazione della Casa Editrice.


Il volume raccoglie una serie di domande e risposte tra Raphael e alcune persone interessate alla “ricerca” sui più profondi problemi esistenziali.

In questo “dialogo realizzativo” c’è un sottofondo dominante che si pone all’attenzione del lettore: l’origine del conflitto e la conseguente sofferenza umana.

Il conflitto-sofferenza è essenzialmente il risultato del divario tra ciò che vorrebbe avere ed essere; quando tra queste due possibilità c’è concordanza perfetta non può esserci conflitto. Ma in quale modo può verificarsi tale concordanza?

Raphael sintetizza così i presupposti per una giusta comprensione e soluzione del problema: occorre investigare se l’oggetto ha valore di “relatività” o di “assolutezza”, se la dualità soggetto-oggetto risulta irriducibile e, infine, si deve indagare la natura dello stesso desiderio, perché esso non rappresenta altro che l’effetto di un moto più profondo.

Alcune risposte di Raphael presentano dimostrazioni serrate e stringenti, incalzano l’interrogante a retrocedere nel processo pensativo, ad allontanarsi sempre più dalle “apparenze”; altre sembrano ardite, ma è bene considerare che Raphael si pone dalla prospettiva della Non-dualità (Advaita).

È da sottolineare che Raphael non offre semplicemente delle risposte, ma coinvolge lo stesso interlocutore nella ricerca e nello svelamento dell’ultima Verità, non quella parziale, anche se ciò può non andare d’accordo col sentimento o l’opinione personali.

La seconda parte del libro raccoglie una serie di aforismi sulla “Via del Fuoco” pervasi da una forza vibrante e penetrante che non si esaurisce nella bellezza dell’espressione, ma si riversa sul lettore per scuoterlo dalla sua inerzia, per risvegliarlo dallo stato di torpore in cui si trova e avviarlo a “vivere” ciò che nella prima parte può aver costituito la base per la Conoscenza.
    
In questi aforismi Raphael indica le varie fasi, i passi da compiere per seguire la “Via del Fuoco”, evidenzia le difficoltà che si incontreranno e che dovranno essere superate, mette in guardia da facili entusiasmi, dalle pericolose e potenti illusioni, da quel “gioco mentale” che porta a “rappresentarsi di essere” piuttosto che ad essere.

sabato 23 gennaio 2016

Di là dalla Fede, oltre il Dubbio






Per chi intenda affrontare un percorso spirituale diretto alla soluzione finale della sofferenza è necessario riflettere su due termini fondamentali: la fede e il dubbio.

Il primo livello di significato che è evocato da queste due parole, all’istante, ci porta verso i temi legati alla religione e a ciò che, senza sosta, hanno cavalcato gli scettici nella loro controffensiva verso di essa. In questo senso, se la fede è stata lo strumento della rivelazione religiosa, il dubbio scettico ha proposto una visione relativa e castrante, che non ha permesso alla mente di elevarsi oltre i limiti che essa stessa generava.

Questo scritto non intende contrapporsi alla religione e allo scetticismo, perché non è di nostro interesse la contrapposizione in sé, rispettando ogni espressione umana, a patto che non contribuisca alla sofferenza dell’altro. (per quanto riguarda la sofferenza autoprodotta, riportiamo l’affermazione di un grande Maestro dei nostri tempi, il quale, per evidenziare la potenza della libertà fondamentale in ognuno, afferma: “Ogni individuo ha il diritto di soffrire” - Raphael).

Qualsiasi espressione umana positiva è la giusta produzione, in un dato momento, di una particolare coscienza. Il nostro specifico interesse è, quindi, rivolto al significato dei due termini nella coerenza dei progetti di ciascuno.

Questo comporta, sempre, un raffinato lavoro alchemico sul linguaggio, che già in sé porta il seme della comprensione.

Non possiamo non partire, in questa piccola opera di svelamento consapevole del nostro linguaggio, da quello che comunemente percepiamo come significato di fede e dubbio.

La fede, nel senso della religione occidentale, come avviene ad esempio nel cattolicesimo, legata ad un’accettazione incondizionata dei dogmi ri-velati, annulla ogni possibilità di verifica dell’insegnamento e, proprio per questa necessaria osservanza, necessita di un intermediario che la presenti nella sua intoccabile e non verificabile verità. L’intermediario stesso, il sacerdote, vivendo nella “condizione umana”, è qualificato alla conduzione del rito e alla trasmissione della ri-velazione, ma, non può personalmente verificare l’attendibilità del dogma né, tantomeno, riflettere sulla possibile relatività dello stesso. Con il termine “relatività”, vogliamo sottolineare come i dogmi si mostrino spesso come l’espressione di una cultura particolare e, proprio per questo, limitati dal tempo e dallo spazio.

Pur riconoscendo la religione come un insostituibile mezzo di accesso al sacro, dobbiamo osservare che essa non sia adatta a tutte le coscienze anche se, tuttavia, è funzionale a chi non abbia le qualificazioni, in atto, per assumere in sé la Verità dell’Insegnamento.

Riportiamo, per chiarezza, due punti del significato di fede, così come espressi nel vocabolario della lingua italiana “Il Nuovo Zingarelli”, con riferimento alla tematica religiosa: “Adesione incondizionata a un fatto, a un’idea determinata da motivi non giustificabili per intero dalla ragione”, “Adesione dell’anima e della mente ad una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile con la ragione / Complesso delle credenze che, in una religione, sono accettate come rivelate e non discutibili”.

Siamo perplessi, in realtà, su un punto: “… una verità rivelata o soprannaturale non sempre dimostrabile dalla ragione”.

Non sembra, in piena coscienza, che ci sia qualche affermazione della religione, quando fa riferimento al dogma, che sia dimostrabile con la ragione; quindi, quel “non sempre” dovrebbe essere espresso con un “mai”. A patto che non si voglia considerare una dimostrazione razionale lo storico: “credo quia absurdum”. In altre parole, credo proprio perché la rivelazione è talmente assurda che non può essere dimostrata dalla ragione umana.

In termini più accettabili potremmo dire, ora, che la rivelazione non è confinabile nei limiti logico-formali della mente, ma va compresa con le facoltà dello Spirito. Questo punto finale è proprio ciò che in ultima analisi ci interessa; ma notiamo come il livello conoscitivo della religione, nel modo in cui solitamente è trasmessa e appresa, non permetta la vera apertura della conoscenza spirituale nell’individuo. L’uomo rimane un fedele necessitante della mediazione, del pontefice o di chi da lui è autorizzato a spiegare Dio.

Occupiamoci ora del significato consueto del termine “dubbio”.

Sempre nello stesso vocabolario, esso è presentato così: “Sospensione definitiva del giudizio dettata dalla convinzione di non poter mai giungere a una certezza”.

È chiaro che, mantenendo questi significati particolari di fede e dubbio (scettico), non sarà possibile affrontare una ricerca spirituale che porti il ricercatore alla soluzione definitiva della sofferenza e dello stato di necessità in cui si trova.

La presente riflessione è rivolta a chi si ponga, come noi, nella prospettiva del risveglio alla nostra natura Non Duale. E, per Non Duale, si intende la Coscienza unica ed eterna dell’Assoluto Essere, che è riconosciuta, nell’insegnamento metafisico, come la nostra reale identità. Tuttavia, queste riflessioni sui due termini di fede e dubbio sono utili per qualsiasi livello della ricerca iniziatica. Da tale meditazione, la fede e il dubbio si affermeranno come due strumenti operativi fondamentali nel cammino della consapevolezza.

La soluzione della dicotomia tra fede e dubbio sta nel comprendere questi due termini in un significato che li avvicina, fino quasi a farli coincidere.

Ciò può avvenire, assegnando ad essi questi significati trasmutati:

Fede = Fiducia verso un Insegnamento che afferma una (la) Verità, le conoscenze e i processi realizzativi, che potenzialmente sono verificabili da tutti in ogni momento e in ogni luogo.

Dubbio = impossibilità di accettare una verità ri-velata (velata di nuovo) che non presenti la prassi operativa per essere verificata e realizzata, nel momento presente, da ciascuno in sé.

In questo significato, il dubbio non è più il “dubbio scettico”, ma coincide col “dubbio metodico” di sospensione del giudizio che apre porte più espanse di comprensione. Il dubbio metodico ci porta verso la sperimentazione/comprensione di ciò che non è familiare, noto, già compreso. E questa è la condizione necessaria per avanzare nella conoscenza, oltre i limiti delle nostre convinzioni.

Possiamo rintracciare questo significato di dubbio anche nel senso iniziatico, molto poco compreso dai fratelli stessi, cui si riferisce la massoneria.  I liberi muratori, uno dei termini per definire il massone, si aggettivano anche “uomini del dubbio”. Essi affrontano la ricerca del “nosce te ipsum”, il “conosci te stesso” socratico, in assenza dei dogmi e in piena libertà di ricerca, per mezzo della “Scienza Sacra”. Questa è l’Insegnamento universale espresso dalle tradizioni in molti linguaggi, che porta, attraverso la personale verifica, a Comprendere/Essere.

Per quale motivo è necessario conoscere il significato profondo, iniziatico, di fede e dubbio?

Molte volte abbiamo incontrato compagni di ricerca spirituale, devoti della consapevolezza, che diventano insofferenti, fino a rinunciare in alcuni casi al percorso stesso, quando s’iniziano ad affrontare i livelli coscienziali che vanno oltre il corpo e la mente. Essi, pur necessitati a cercare risposte, si considerano liberi dai dogmi, ma si scoprono, in seguito, irretiti nello scetticismo che li schiaccia in una forma castrante di materialismo/ateismo “spirituale” senza possibilità. In realtà, non ci sarebbe alcun problema in merito. Il solo limite è di non poter andare oltre la coscienza del corpo, dell’energia che lo sostiene, e dei processi della mente individuale. Questo livello di ottenimento fisico, pranico e psichico, da un lato, non è affatto un mediocre risultato, dall’altro, è solo il massimo che un “io” può realizzare.

È evidente che anche questo grado di comprensione sarebbe per i più un sogno lontano; ma tutto questo, per quanto ci metta nella possibilità di essere un uomo lucido, individuato e cosciente del sé psichico, non ci libera dalla sofferenza. Perché la soluzione della sofferenza sta oltre la coscienza individuale. Perché alla domanda: “In realtà, chi è che soffre?”, dobbiamo rispondere "l’individuo". La vera libertà va ricercata, verificata e, quindi, realizzata oltre lo stato coscienziale dell’individualità, verso una coscienza più raffinata e aperta, senza confini. E questo è il mondo dello spirito.

Il ricercatore, con perseveranza, sotto la guida di un maestro (Chi ha realizzato in sé la Suprema Conoscenza dell’Essere), deve sviluppare la silenziosa presenza consapevole nei vari gradi esistenziali (della coscienza) presenti in ognuno di noi. Questo comporta affrontare personalmente in sé tutti i veicoli manifesti e i loro attributi. E tutto ciò comporta la non preclusione agli stessi, che si presentano come momenti spirituali dell’esistenza.

Così accade che molti sedicenti iniziati, in preda allo dubbio stagnante, scambino la via iniziatica, con evidente atteggiamento illogico, per una forma atea (senza possibilità). Il loro scetticismo gli preclude qualsiasi possibilità di andare oltre il corpo e l’io psicologico. Essi vorrebbero realizzare la liberazione dalle forme, progettando la soluzione dell’intera realtà esistenziale (nella sua totalità), ma accettano come reale solo la coscienza mentale. Escludono la possibilità che ci sia una realtà non fisica e la presenza indefinita di stati e luoghi in essa, che siamo soliti chiamare “soprannaturale”.
Sarebbe come dire “Voglio andare in America senza una carta geografica”, o magari, “Posso andarci, ma tra il luogo in cui mi trovo e l’America non c’è né il mare né il cielo, e, in realtà, non penso che la loro presenza sia necessaria”, ecc. In questo senso i massoni, tra le varie qualifiche, richiedono ai “bussanti” la dichiarazione di credere nell’Essere Supremo, di là dalle sue possibili rappresentazioni. Come sarebbe possibile, in effetti, realizzare il Divino che è in noi senza credere che Questo esista?

Detto ciò, ci chiediamo: come possiamo affrontare un percorso che ci porti al superamento della sofferenza, oltre l’individualità limitante e i rimanenti stati esistenziali che possediamo nella nostra coscienza?

Com’è possibile comprendere l’Assoluto che noi stessi siamo o, comunque, affrontare la pur minima parziale realizzazione, senza avere una grande fede?

Ritorniamo, quindi, al significato di fede e dubbio, ma espressi nel loro valore iniziatico.

A questo scopo è interessante citare alcuni brevi passi del libro di Sharon Salzberg: “Fede”, (Ubaldini Editore, Roma 2003. Le citazioni sono prese dal capitolo “Verificare la fede”, pagg. 54/55), perché essi esprimono, in estrema sintesi, la raffinata dialettica tra fede e dubbio, così come qui la intendiamo. In assenza di quest’accordo operativo tra di essi diventa impossibile procedere nel processo iniziatico realizzativo.

Se la fede viene separata dalla ricerca razionale si riduce a una pratica per creduloni”.

Nel buddhismo, la distinzione tra fede e credenza risiede nel mettere alla prova ciò che viene detto. ‘Mettilo in pratica’, ha detto il Buddha, ‘e se scopri che conduce a un tipo di saggezza che è come guardare un muro e poi il muro crolla e vedi in maniera sconfinata, allora puoi fidarti’. Indipendentemente da cosa mi dicevano i maestri, rimaneva una credenza fino a che non lo sperimentavo”.

Per poter approfondire la fede, dobbiamo essere capaci di mettere alla prova le cose, di chiedere, di dubitare. La fede viene infatti rafforzata dal dubbio, quando il dubbio è un’indagine critica e sincera combinata con una profonda fiducia nel nostro stesso diritto e nella nostra capacità di discernere la verità. Nel buddhismo questo tipo di indagine è conosciuta come ‘dubbio salutare’. Perché il dubbio sia salutare dobbiamo essere sufficientemente vicini al problema in discussione da esserne interessati, e tuttavia abbastanza aperti da lasciare che il dubbio si manifesti. Diversamente dal dubbio salutare, che ci porta più vicino a esplorare la verità, il dubbio non salutare ce ne allontana”.

In questi passaggi di Sharon Salzberg, ci sono tutti i soggetti di questa nostra riflessione. C’è la “fede religiosa” che non prevede la messa in discussione dei suoi dogmi, non accettando un percorso di realizzazione effettiva e personale. C’è il “dubbio scettico” (non salutare) che non ci permette alcun avvicinamento alla conoscenza superiore. Ci sono la “fede” e il “dubbio salutare” che insieme concorrono alla realizzazione della verità svelata e presente in noi stessi, attraverso l’apertura verso la possibilità che ci sia una Verità e che sia sempre presente in noi stessi come nostra vera Identità.

Possiamo quindi considerare la fede come l’apertura di un orizzonte di senso che si offre alla Verità nella sua assolutezza.

Dobbiamo osservare però come questa apertura verso il Vero, per essere funzionale e operativa, debba, inizialmente, essere “incondizionata” e “indubitabile”. Nel senso del nostro percorso di risveglio all’Assoluto, l’apertura è uno stato ontologico di svelamento della nostra possibilità di Essere la Verità stessa. È una condizione necessaria per poter compiere qualsiasi cammino. Non può essere considerato un momento operativo in senso temporale. L’apertura, così come qui la intendiamo, è la consapevolezza che noi già siamo “ora” tutto ciò che vogliamo realizzare.

Il momento operativo, nel suo svolgimento nel tempo, inizia con il dubbio, che ci offre la possibilità della verifica di quanto abbiamo già compreso come reale.

La possibilità di poter verificare nell’esperienza personale la Verità, (lavoro del dubbio), oltre che realizzare nel movimento temporale ciò che abbiamo già riconosciuto vero in noi su un piano ontologico, dona la “tranquillità” di poterci aprire incondizionatamente, e a priori, al Vero.

È bene chiarire quest’ultima affermazione.

L’atto di fede a priori, necessario e atemporale, in quanto apertura ontologica verso l’Essere, è richiesto ad un individuo che, inizialmente, vive nel tempo e in uno stato presente che ancora non gli consente di essere Ciò verso cui si apre.

Il dubbio, che è lo strumento operativo che ci permette di verificare la conoscenza, consente, in questa funzione, quel “lasciarsi andare” in un’apertura che, senza la possibilità di verifica, sarebbe ostacolato dalla paura di vivere una cieca e inconsapevole accettazione di ciò che, in apparenza, sembra così distante.

Il dubbio, l’imprescindibile verifica, ci autorizza a donarci al Vero, a priori.

L’elemento centrale che vogliamo evidenziare è la funzione di allentamento delle difese dell’individuo nei confronti di una Verità percepita così lontana, anche se vicinissima a noi. L’individuo senza essere al corrente della possibilità di verificare la Verità, chiuso nello scetticismo di abbandonarsi all’irreale, alla creatività fanciullesca della sua fantasia, nella paura della deriva verso l’irrazionale, perderebbe la possibilità di aprirsi all’Eterno Essere che già da sempre siamo.

Il problema nasce dal fatto che Quello che è più vero, ossia, l’Essere che noi stessi siamo, essendo uno stato di piena libertà, amore e beatitudine, che apre alla coscienza le sue naturali eterne possibilità, mostra un’idea troppo grande per sembrare vera. La mente razionale non permette l’apertura all’infinito Essere perché reputa tutto questo una fantasia infantile e credulona.

In funzione dell’apertura iniziale, quindi, il dubbio sano, la possibilità di verificare realmente l’Assoluto che è da sempre in noi, ci “tranquillizza”. È come se stringessimo un patto con la nostra mente, un compromesso di conoscenza. Come se dicessimo alla mente: “Cara mente, è vero che tutto questo sembra pura fantasia, ma vedrai che potrò dimostrarti la sua realtà. Dammi del tempo e tutto sarà confermato”.

Se riusciamo a convincere la nostra mente, questa si zittisce, abbandona il suo giudizio, e noi, ancora immersi nella nostra individualità, possiamo tuttavia aprirci indisturbati alla Verità, nella profonda apertura della fede. E, da quel momento, possiamo iniziare quel processo di realizzazione in noi che ci porterà a essere Ciò che già da sempre siamo.

In questo processo realizzativo, verifica dopo verifica, quella Verità affermata inizialmente solo nei concetti, verso la quale decidiamo di aprirci anticipatamente, si avvicina sempre più. Nel risveglio della conoscenza reale, tra noi e il Vero non c’è più alcuna separazione.
Il percorso a cui ci rivolgiamo, col sostegno dei preziosi strumenti della fede e del dubbio, è la suprema realizzazione metafisica, nell’Eterna Non Dualità dell’Essere: Ciò che realmente siamo.


Arjuna 
Eques a Silentio